Romagna Acque, quando visione e progettualità fanno ricco un territorio

Romagna Acque, quando visione e progettualità fanno ricco un territorio

Intervista a Tonino Bernabè, Presidente Romagna Acque

 

Di Emanuele Martinelli

 

Presidente Bernabè, l’azienda che presiede si sta posizionando a livello nazionale tra le utility di maggior respiro per quanto concerne visione, capacità di investire in innovazione, evoluzione dei processi interni. Quali sono gli elementi principali che hanno portato nel tempo all’organizzazione di una compagine così strutturata?

La regolazione ha senz’altro favorito determinati approcci che erano già tutti presenti nel dna di Romagna Acque, a partire dal controllo dei costi e dall’efficienza nella gestione, da sempre stati elementi distintivi della nostra attività.

La connotazione di società in house e quindi la necessità di rispondere alle esigenze di un territorio così eterogeneo, ci ha fatto comprendere con sempre maggior consapevolezza quanto fosse importante sviluppare sistemi di raccolta dati estremamente precisi, in grado di fornirci le informazioni necessarie per erogare al meglio una serie di servizi; al tempo stesso la costruzione di rapporti di collaborazione solidi con i nostri soci ha dato un progressivo risultato di buona gestione. In questo contesto è diventata fondamentale la relazione con università e istituti preposti per una ricerca applicata che si è costruita sull’attenzione diretta alle fonti. Il nostro servizio pubblico è un unicum a livello nazionale, perché integriamo la proprietà delle reti con una gestione all’ingrosso; con una suddivisione strutturale tra Hera che gestisce il sistema idrico integrato – distribuzione, fognatura e depurazione nelle tre province romagnole – e Romagna Acque che oltre a essere proprietaria delle fonti idropotabili è il grossista dell’acqua occupandosi di captazione, trattamento, potabilizzazione e adduzione.

In questo contesto ci occupiamo anche della fibra ottica, telecontrolliamo infatti da remoto tutte le fonti e mettiamo a disposizione del territorio la fibra posata, contribuendo a ridurre il digital devide tra soggetti diversi; 16 fibre sono riservate al controllo della rete informativa, del voip, della videosorveglianza, del controllo della rete. 24 fibre sono di proprietà della Regione e gestite dalla società Lepida, mentre 108 sono a disposizione degli operatori di telecomunicazione per servizi alle imprese e ai cittadini, erogati con la collaborazione di Acantho, società del Gruppo Hera.

 

Su quali altri ambiti deve giocarsi oggi la gestione evoluta di un acquedotto?

Un aspetto su cui abbiamo insistito molto è la riduzione del costo energetico; negli ultimi anni abbiamo raggiunto la soglia del 40% di energia autoprodotta da fonti rinnovabili, attraverso l’utilizzo sia di pannelli fotovoltaici che di mini-idro, sfruttando i punti di caduta nella rete e producendo energia elettrica con turbine. Una produzione che si affianca a quella di Enel Green Power che ha la concessione per la gestione di una centrale idroelettrica ovviamente condizionata dalla nostra produzione; energia rinnovabile che, in quest’ultimo caso, non utilizziamo ma rendicontiamo nel nostro bilancio di sostenibilità. Quando siamo in procinto di affrontare una crisi idrica produciamo di più da falda e quindi abbiamo maggiori costi di sollevamento; per dare un’idea ogni 10 milioni di metri cubi prodotti da falda abbiamo oltre 1,8 milioni di euro di costo energetico. In parallelo a scelte tecnologiche da un punto di vista impiantistico sono cresciute le competenze interne grazie alla figura di un energy manager a capo di un team dedicato. Siamo in ogni caso sempre attenti all’evoluzione del mercato in termini tecnologici, oggi per esempio per quanto riguarda l’utilizzo dell’idrogeno.

 

Un approccio qualitativo a 360 gradi.

Certamente. In questo contesto un altro aspetto importante che ci contraddistingue è la costante attenzione alla qualità dell’acqua; abbiamo investito accreditando il nostro laboratorio e affrontando aspetti che non erano strettamente legati al controllo che ci compete in applicazione alla normativa di settore, ma indagando gli elementi legati agli inquinanti, anche perché gestendo fonti diverse ci troviamo di fronte a situazioni molto eterogenee. Per esempio, nell’area riminese al fenomeno antropico che dalla valle del Marecchia nell’Appennino Romagnolo si spinge fino alla parte più urbanizzata, si unisce l’impatto produttivo di una agricoltura intensiva che influisce sulla qualità dell’acqua trattata. Penso alla tematica degli spandimenti legati alla lotta parassitaria, all’attenzione per gli interferenti endocrini sempre più “attenzionati”, ma sono tanti gli ambiti dove la ricerca si unisce a una gestione oculata.

In questo ambito vorrei citare la collaborazione col Politecnico di Milano in sinergia con Hera, che ha dato vita al progetto Dirty Sensing; abbiamo realizzato un sensore che viene installato dall’esterno all’interno della condotta idrica per rilevare il livello di “sporcamento” della superficie della condotta, per monitorare alcuni parametri legati alla qualità dell’acqua e migliorare il controllo lungo tutta la rete. È un progetto che ha una grande potenzialità in termini di Water Safety Plan, che coinvolge tutti i gestori; la qualità dell’acqua non è più solo un aspetto “di laboratorio” o di gestione, ma strutturale.

L’ultimo esempio che vorrei citare riguarda il tecno-polo CIRI di Rimini, dove abbiamo dato il via a un’attività di ricerca che mira a dimostrare come la variabile ambientale influenzi i processi decisionali; visto che la nostra Regione dovrà affrontare il nuovo piano di tutela delle acque siamo andati a vedere quali aspetti in futuro potranno impattare e condizionare il nostro piano di investimenti rispetto al fabbisogno di acqua. In Romagna l’economia turistica ha un forte peso su questo aspetto ed è in continua crescita, per questo è necessario dare tutte le garanzie di auto sufficienza. Ricordo che l’approvvigionamento dipende per il 50% dalla diga di Ridracoli, acqua che preleviamo quindi dall’Appennino Tosco-Romagnolo e consegniamo alla costa romagnola. Lo stato delle falde idriche nell’area riminese è decisamente condizionata dalla pioggia e la Regione ha portato avanti alcune azioni legate alla ricarica della falda stessa; e alla disponibilità soprattutto nell’area ravennate dove abbiamo impianti di trattamento di acqua che prevalentemente è superficiale e collegata a un canale (il CER Canale Emiliano – Romagnolo) che è alimentato dal Po. L’approvvigionamento è quindi influenzato dalla siccità e al tempo stesso cresce la domanda di acqua in quanto l’economia romagnola si basa sulle strutture ricettive; questo naturalmente grava sui consumi, in particolar modo come detto in estati sempre più secche e torride, con sempre più frequenti periodi di siccità. Quindi attenzione al risparmio idrico e reale riflessione sui riusi e sulla maggior capacità di stoccaggio di acqua rispetto ai 110-115 milioni di metri cubi che forniamo ogni anno; queste le materie su cui Romagna Acque sta compiendo analisi adeguate in funzione del prossimo piano d’investimenti e in generale sul futuro.

 

Stoccaggio, nuovi invasi, rete da interconnettere come IoT dell’acqua, con investimenti bianchi non sempre produttivi in termini economici.

La riflessione che stiamo facendo con la Regione è legata alla necessità di pianificare tenendo conto delle necessità degli stakeholder, e in relazione al nuovo patto per il lavoro e per il clima. All’interno di questo contesto, che si inserisce nel piano di tutela delle acque, cerchiamo di valutare con attenzione il reale fabbisogno idrico, non solo secondo gli usi plurimi considerati a silos (irriguo, potabile, ecc.) ma con una programmazione integrata che permetta di valutare i bisogni futuri senza moltiplicare gli investimenti ma andando a razionalizzare le soluzioni. Storicamente si è dimostrato come in Romagna l’integrazione delle reti e delle fonti, e la relativa manutenzione, abbiano sempre assolto la necessità di pianificare i fabbisogni futuri.

In questo contesto si inseriscono gli investimenti in nuovi invasi o piccoli stoccaggi, legati anche ai bisogni di piccoli comuni da armonizzare con le grandi infrastrutture di stoccaggio. Tutto questo per rispondere alle maggiori sofferenze evidenziate durante le crisi idriche, che tendono oggi a ripetersi con una frequenza mediamente intorno ai 5 anni.

Su questo fronte abbiamo avviato una convenzione di ricerca con il Dicam (Dipartimento di Ingegneria Civile, Chimica, Ambientale e dei Materiali dell’Università di Bologna) con il supporto diretto del Professor Armando Brath, tra l’altro presidente dell’Associazione Idrotecnica Italiana; in particolare per individuare aree potenzialmente invasabili attraverso studi che consegniamo ai nostri soci e alla Regione per fornire ulteriori elementi che consentano di compiere azioni consapevoli. Condivisione che si apre ai territori, alle associazioni economiche e ambientali così da unire in modo virtuoso le diverse sensibilità. È l’approccio vincente che abbiamo avuto per lo sviluppo della diga di Ridracoli, che rappresenta oggi un esempio di gestione virtuosa.

Con il CIRI di Rimini invece stiamo facendo un percorso legato all’LCA (Life Cycle Assessment), per capire sempre meglio come il ciclo di produzione dell’acqua è ottimizzabile dal punto di vista energetico ma anche per azioni che possano rafforzare e dare concretezza a criteri di sostenibilità. Questo punto riguarda fortemente i criteri e le strategie che verranno adottate per gli investimenti futuri, che riguardano anche temi come la desalinizzazione che affrontiamo sotto la lente della valutazione economica: conviene desalinizzare o investire in nuovi stoccaggi rispetto all’equilibrio complessivo del territorio?

La nostra ricchezza si traduce in biodiversità, con l’Appennino che si apre alle valli del Savio e del Marecchia, alle realtà dell’entroterra che vanno armonizzate con i bisogni delle grandi città e alla costa romagnola. Per tutti dobbiamo garantire continuità del servizio in qualsiasi condizione; finora è stato possibile perché si sono anticipati i cambiamenti e valutati adeguatamente i rischi, attraverso la programmazione che ha evitato con buone pratiche il manifestarsi di situazioni limite.

 

Quali obiettivi vi siete posti in merito al Recovery fund?

Anche in questo caso l’approccio è decisamente concreto. Con l’Autorità Portuale di Ravenna e con Ravenna Holding abbiamo dato vita alla Società di servizi ingegneristici denominata “Acque Ingegneria S.r.l.”; proprio rispetto al PNRR l’Italia si è accorta che mancano strutture di progettazione in grado di favorire l’accelerazione nei tempi di autorizzazione delle nuove opere infrastrutturali e quindi nella più generale realizzazione delle opere pubbliche, pur nel rispetto di norme e principi di concorrenza. Dando per scontato che si facciano tutti i controlli necessari anche nella fase autorizzativa, abbiamo considerato di poter accelerare oltre alla fase progettuale ed autorizzativa, soprattutto la fase esecutiva. Il grande quantitativo di risorse – da aggiungere ai piani industriali delle utility – va utilizzato entro il 2026 e per questo servono progetti pronti. La struttura da noi creata va in quella direzione.

 

L’idea di coinvolgere i comuni e utilizzare il driver dell’acqua per lo sviluppo del territorio apre alla volontà di ragionare in termini strategici con la Pubblica Amministrazione locale. Quanto è maturo il rapporto delle utility con la PA da questo punto di vista?

Non voglio dare un giudizio generale perché l’Italia è vasta, differenziata e molto caratterizzata territorialmente, con realtà decisamente disomogenee e non confrontabili. Rispetto per esempio al mantenimento delle reti il nostro territorio è storicamente più sensibile; possono cambiare approcci, amministrazioni e competenze ma sensibilità, attenzione e integrazione penso siano patrimonio e valore aggiunto che ben vengono espressi nella nostra regione. Con il supporto di Ref Ricerche stiamo portando avanti un progetto partito con la Legge Madia di razionalizzazione delle società partecipate socie di Romagna Acque, attraverso il conferimento del ramo idrico. Amir e SIS Rimini, Unica Reti (Forlì, Cesena), TEAM nella Bassa Romagna e l’ex Società Area (oggi in Ravenna Holding) nel ravennate, parteciperanno a un processo di aggregazione per incorporazione dei rispettivi rami idrici che aumenterà e potenzierà la capacità di investimenti di Romagna Acque di 10 milioni all’anno.

Ricordo che la nostra società oltre agli investimenti sull’idrico mette ingenti risorse per la realizzazione di opere relative alla salvaguardia territoriale, per esempio il PSBO (Piano per la salvaguardia della balneazione ottimizzato) funzionale alla balneazione riminese, che ha permesso di chiudere 11 scarichi a mare e che verrà completata entro il 2024. Un piano da 150 milioni partito nel 2015 con il raddoppio del depuratore di Santa Giustina che abbiamo finanziato.

Investimenti realizzati con risorse proprie grazie alla buona gestione (senza quindi far ricorso agli istituti di credito) che consentono peraltro al gestore, quindi al Gruppo Hera, attraverso una motivata istanza ad ARERA attivata dall’Ente di gestione d’ambito ATERSIR, di calmierare le tariffe e al tempo stesso di disporre di impianti avanzati; così da un lato salvaguardiamo la posizione in house di Romagna Acque e dall’altro diamo vantaggi anche al gestore sul piano finanziario e quindi al cittadino che ne è l’utente finale.

Inoltre, da quando è stata costruita la diga, attraverso l’allora Consorzio Acque (precursore di Romagna Acque), abbiamo sviluppato un’azione di difesa ecosistemica sul territorio perché funzionale al mantenimento e alla resa dell’invaso attraverso investimenti di ingegneria naturale. In tariffa sono previsti pagamenti ecosistemici tracciati da linee guida ministeriali, e le regioni possono veicolare sul contesto locale, pur a fronte di un metodo tariffario nazionale, tali pagamenti a vantaggio della programmazione dei comuni per interventi di mitigazione al cambiamento climatico, di regimazione idraulica e di lotta e prevenzione al dissesto idrogeologico. In questo quadro assumerà dunque un ruolo importante la programmazione a tutto vantaggio, anche economico oltre che sociale, dei Comuni di riferimento, per affrontare in modo adeguato problematiche come il dissesto idrogeologico o le bombe d’acque che favoriscono gli smottamenti sul territorio. I pagamenti ecosistemici, uniti alle risorse provenienti dalla fiscalità generale, grazie anche all’azione di Romagna Acque e dei gestori, che aumentano la capacità e l’efficacia di risposta ai problemi del territorio. Quello che abbiamo fatto con Ridracoli possiamo pianificarlo in tutte le aree dove sono presenti fonti idriche. Sarebbe un costo se a valle dovessimo intervenire in emergenza, diventa un investimento se invece lo programmiamo in termini di rischio evitato, creando peraltro opportunità di lavoro attraverso la gestione e mantenimento del territorio; evitando la marginalizzazione della montagna e lo spopolamento, restituendo funzionalità e sviluppo alla vocazione del territorio stesso. La montagna se dà acqua alla costa ha bisogno della presenza delle persone sul territorio attraverso lo sviluppo di buone pratiche di gestione attiva; la Regione da un lato e i soggetti gestori – grossisti nel nostro caso – dall’altro possono così sostenere una politica ambientale che peraltro sviluppa una nuova capacità d’investimento in ingegneria naturale. Rischi evitati e opportunità per la creazione di ricchezza diffusa.

 

La tematica asset management, a fronte quindi di tutto questo, diventa fondamentale.

Il vero problema di chi si occupa della risorsa idrica è mantenerla nel tempo, un approccio di manutenzione predittiva e preventiva consente di avere sotto controllo i costi, con effetti positivi in un arco di tempo medio lungo. Riuscire a innescare questo meccanismo anche a livello nazionale rappresenterebbe un valore per il Paese.

In merito all’asset management la nostra società sta vivendo un ricambio generazionale che porta nuove competenze ma rischia anche di perderne. Anche per far fronte a questa problematica ci siamo dotati di un algoritmo che facilita e permette di anticipare le valutazioni sulla produzione annua di acqua; ossia, lavorando su più fonti dobbiamo sempre più comprendere come la variabile clima influenzi la disponibilità nel tempo, quindi andando a incrociare i dati (condizione meteo climatica con disponibilità di acqua in tempo reale, insieme allo storico) si vanno ad adottare quei comportamenti basati sul know how e sulle esperienze per giungere a valutazioni sempre più precise ed oggettive, basate sulla conoscenza e sul comportamento storicamente monitorato delle diverse fonti di approvvigionamento, sulle disponibilità di acqua e sugli impianti e reti da gestire. L’esperienza va unita al monitoraggio, alla validazione e valutazione dei dati per rendere le decisioni sempre meno discrezionali e sempre più oggettive.

 

Il tema della digitalizzazione è diventato quindi un tassello chiave anche a livello di competenze interne.

Per il futuro abbiamo un piano di assunzioni che porterà all’interno alcune funzioni che finora avevamo acquisito all’esterno; per esempio il manager della regolazione è diventato una figura chiave nel nostro organigramma, così come l’energy manager che oggi assume una funzione strategica. Le conoscenze ingegneristiche stesse legate all’evoluzione tecnologica sono in continua mutazione e sempre più necessarie per sistematizzare le risposte alle complessità della macchina che si sta guidando. In una logica di Water Management evoluto.

 

Si parla molto del tema della misura, ambito in cui servono competenze per comprendere costi e benefici dell’innovazione che avanza.

Lo Smart Meter permette di monitorare informazioni, tempi, dati di accumulo, di produzione da impianto, distribuzione su rete di adduzione da remoto, di consumo. E’ quindi un aspetto sempre più da tenere in considerazione, i vantaggi che permette di conseguire danno modo di avere uno sguardo costruttivo verso la modernità nel lungo termine; si tratta di un elemento necessario ed essenziale ma da considerare all’interno di un piano di digitalizzazione complessivo. In cui rientrano criticità come quelle oggi rappresentate per esempio dalla Cyber Security, la gestione corretta degli asset e delle informazioni. Una banca dati e un doppio database ci consentono di agire in sicurezza e di non fermare la produzione. Altro elemento da tenere monitorato è l’aspetto della privacy, strettamente legato alla sicurezza, con tutti i siti controllati da telecamere pur contemperando la tutela alla riservatezza dei lavoratori. Aggiungo anche che la diga di Ridragoli per esempio non può essere sorvolata a salvaguardia di possibili e potenziali rischi di attacchi terroristici.

 

Un cenno sui rapporti con gli istituti di ricerca, sul continuo travaso di esperienze e una funzione di collegamento da parte di Romagna Acque con le pubbliche amministrazioni.

Come dicevo l’approccio vincente di Romagna Acque sta principalmente nella visione integrata, di territorio e d’insieme, nell’approccio industriale, senza pensarsi necessariamente come modello ma facendo bene quello che per mission aziendale deve fare. Abbiamo l’idea di un Pubblico che dev’essere competitivo, che fa crescere competenze attraverso gli strumenti che università, ricerca e mercato mettono a disposizione ad esempio nel campo della ricerca applicata, per tenere il passo, anticipando le criticità e facendo evolvere i processi.

Vorrei chiudere citando ad esempio l’esperienza condivisa con il SISEF che tiene assieme 6 università con presenti facoltà di scienze forestali e Slowfood Italia con cui abbiamo costituito la Fondazione “AlberItalia”; l’obiettivo è di piantare 60 milioni di alberi come segno necessario di una gestione ambientale evoluta; un progetto supportato anche dal Presidente della Regione Emilia Romagna, Stefano Bonaccini (“piantare un albero per ognuno dei 4 milioni e mezzo di emiliano romagnoli” ha dichiarato). Non una moda ma processo che presuppone un metodo e un approccio scientifico per decidere dove e come piantare, quali alberi rispetto a terreni e biodiversità. L’albero giusto al posto giusto. Servono competenze e linee guida utili alla Fondazione per raccogliere risorse economiche a sostegno dei progetti attraverso azioni di crowfunding. Noi ci siamo anche in questo, per esempio nel parco fluviale della valle del Bidente a Santa Sofia (FC), dove sviluppiamo azioni e facciamo proposte che stimolano la Fondazione nell’intraprendere concrete pratiche di resilienza.

Un approccio proattivo e preventivo con una visione integrata del territorio che concepiamo secondo una strategia industriale e una propensione ai cambiamenti. Questa è oggi Romagna Acque, in continuo divenire con una solidità costruita nel tempo.

 

 

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