Di Emanuele Martinelli
Parlare oggi di una visione politico-strategica sull’Europa, rispetto a criticità che sempre più si manifestano in contesti internazionali con cui ci siamo confrontati in questi mesi e anni – Ukraina, Gaza, Iran – significa porre una volta per tutte le basi per una ridefinizione chiara su quale Europa vogliamo essere, e se vogliamo essere Europa. Siamo vicini alla Pasqua e sembrano scomparsi quei sentimenti, spesso solo retorici ma frutto di radici a cui ci riferiamo, che ci chiedevano di fermarci per confrontarci su valori condivisi e personali. Sempre più intaccati da una quotidianità dove problematiche macro hanno accorciato le distanze rispetto a quelle personali; sopraffatti da dinamiche decisionali dell’UE che non sappiamo definire, da pressioni statunitensi verso le quali pare metteremo una distanza. È certamente un bene occuparsi di quello che intorno a noi succede, senza metter distanza tra questioni, come quella palestinese o ukraina, di cui comunque facciamo fatica a tenere il punto in termini valoriali. Pare cresciuta una maggior consapevolezza sulla necessità di coesione degli stati europei; ci siamo arrivati per ragioni economiche – tra dazi trumpiani e caro energia – più che per ragioni etico-morali. Anche se a dire il vero le migliaia di giovani che sono scesi in piazza hanno ridato per nostra fortuna una centralità ad aspetti valoriali su cui continuiamo a barcollare. Ora serve una compattazione operativa dell’Europa che prenda una posizione chiara su Iran, Palestina e Ukraina, per cercare di fermare o almeno limitare quest’escalation di terrore senza precedenti dopo la seconda guerra mondiale. L’UE sembra rimanere l’ultimo baluardo responsabile per contrastare tutto questo; ma serve un cambio di paradigma ai vertici per non fermarsi a dire che quella in Iran “non è la nostra guerra”, per evitare conseguenze violente da parte del Paese “nemico” o indignarsi per i pesanti effetti economici. È il momento di dire chi siamo, di pretendere ed evitare futuri difetti di consultazione a fronte di missioni militari sproporzionate; affermando un “no” persistente a un coinvolgimento militare europeo diretto perché frutto di un’idea di mondo democratica e libera; prevedendo azioni consapevoli e condivise contro i tentativi di ricatto di Paesi che parlano di un rapporto stretto solo in termini demagogici. Diventare Europa è l’augurio di Pasqua che dovremmo farci in tutti i Paesi membri, se teniamo a pace, diritto internazionale, a mantenere spazi di libertà, di possibilità di crescita individuale e collettiva. Il nostro Paese in tutto questo può svolgere un ruolo importante, superando criticità interne e ambiguità, e spostando il proprio asse verso la costruzione di un’Europa forte sotto tutti i punti di vista; non solo economico o militare ma valoriale, culturale senza che questi termini vengano più utilizzati in modo strumentale o retorico ma diventino programma immediato e futuro. Canalizzare il dissenso giovanile e trasformarlo in posizione condivisa ai vertici, deve diventare il faro verso il quale muoversi, perché contiene le radici di valori costituenti sia del nostro Paese che dell’Europa stessa. Il no dei giovani ai Kings e alle guerre (da non accostare a un vuoto e spesso populistico pacifismo) deve andare oltre ai rischi militari elevati, ai costi economici, al difetto di consultazione e al non allineamento strategico. E tradursi da orientamento a piani, a strategie di sviluppo europee. Compattare l’Europa almeno nella consapevolezza di tutto questo è il nostro augurio di Pasqua, preparando un’agenda non solo reattiva verso le drammatiche condizioni in cui versano i Paesi in guerra, ma propositiva all’interno del contesto internazionale, mettendo al centro la propria capacità di ricostruire in opposizione a chi disgrega per tornare a un caos primitivo.