Abbiamo incontrato Antonio Gravina, Presidente di APCE, per fare il punto sulle prospettive della protezione catodica in particolare nel settore idrico, tra esigenze regolatorie, raccolta dati e diffusione della cultura tecnica.
Presidente Gravina, come valuta questo primo semestre di attività, anche alla luce di una maggior attenzione dell’associazione verso il settore idrico?
È stato un semestre particolarmente intenso, caratterizzato da un consolidamento delle attività tradizionalmente legate alle infrastrutture energetiche e da una crescente attenzione verso il settore idrico. In questo percorso, un momento significativo è stato l’incontro con ARERA, che ci ha permesso di comprendere meglio le aspettative del regolatore e di valutare come il lavoro che APCE sta portando avanti possa contribuire allo sviluppo del comparto.
Quali indicazioni sono emerse dal confronto con ARERA?
L’incontro si è svolto in un clima molto positivo e costruttivo. Ci interessava capire se gli sforzi che stiamo mettendo in campo come Associazione fossero in linea con le esigenze del settore e con le priorità individuate dal regolatore. ARERA ci ha confermato un principio che conoscevamo già: il suo ruolo non è promuovere una specifica tecnologia, ma definire obiettivi e risultati da raggiungere. Spetta poi alle imprese scegliere gli strumenti più adatti per conseguire tali risultati. In questo contesto, la protezione catodica rappresenta una delle possibili soluzioni a disposizione dei gestori, ma non può essere considerata l’unica risposta per la tutela dell’infrastruttura idrica. Il messaggio ricevuto è stato molto chiaro: continuare a fare divulgazione, formazione e sensibilizzazione, affinché gli operatori possano conoscere meglio le opportunità offerte da questa tecnologia e valutarne l’applicazione nei contesti più adatti.
Quali sono oggi le principali richieste che avete percepito dal regolatore?
La necessità più evidente riguarda la disponibilità di dati, di informazioni. Durante il confronto, ARERA ha più volte evidenziato l’esigenza di poter disporre di studi, analisi e informazioni di qualità che consentano di misurare con maggiore precisione i benefici della protezione catodica nel settore idrico. Attualmente, però, questo rappresenta uno dei principali limiti. I dati disponibili sono ancora pochi e spesso non vengono raccolti in modo sistematico dalle utility. In alcuni casi esistono, ma non sono facilmente accessibili; in altri, semplicemente non vengono monitorati. Abbiamo presentato alcune statistiche internazionali che dimostrano come la protezione catodica possa contribuire ad aumentare la vita utile delle infrastrutture, ma si tratta principalmente di studi sviluppati in contesti differenti da quello italiano. Per questo motivo emerge la necessità di costruire una base informativa più solida e specifica per il nostro Paese.
Il principio della neutralità tecnologica dovrebbe comunque favorire interventi orientati alla tutela delle infrastrutture.
Il tema è più complesso di quanto possa sembrare. Gli obiettivi fissati dal regolatore non riguardano soltanto la riduzione delle perdite, ma anche i tempi entro cui questi risultati devono essere raggiunti. Le utility devono rispettare target precisi e questo inevitabilmente influenza le scelte di investimento. Le aziende più strutturate, con una visione industriale di lungo periodo, possono valutare interventi preventivi come la protezione catodica; e alcuni grandi operatori stanno già percorrendo questa strada. Al contrario, molti gestori si trovano a operare su reti particolarmente datate e sono chiamati a intervenire rapidamente per ridurre le perdite e raggiungere gli obiettivi imposti dalla regolazione. In questi casi si tende a privilegiare tecnologie in grado di produrre risultati immediatamente visibili. La protezione catodica, invece, lavora sulla prevenzione. I suoi effetti si manifestano nel tempo e questo rende più difficile dimostrarne i benefici con la stessa immediatezza.
La protezione catodica può essere applicata anche alle infrastrutture esistenti?
È importante fare chiarezza su questo punto. La protezione catodica non rappresenta una soluzione universale e non può essere considerata una risposta a qualsiasi problema infrastrutturale. Se una rete ha già raggiunto un elevato livello di degrado, l’installazione di sistemi di protezione catodica non è sufficiente a risolvere criticità ormai consolidate. Questa tecnologia esprime il massimo potenziale soprattutto sulle nuove infrastrutture metalliche, dove può contribuire a preservare nel tempo le caratteristiche dell’asset e a prolungarne la vita utile. Nel settore idrico convivono materiali molto diversi – acciaio, ghisa, PVC, calcestruzzo – e proprio per questo è necessario valutare attentamente caso per caso l’opportunità di adottare sistemi di protezione catodica.
Per l’adozione di questa tecnologia, quali sono le principali differenze tra il settore idrico e quello del gas?
Esistono differenze profonde, sia dal punto di vista economico sia da quello culturale. L’acqua continua a essere percepita come un bene essenziale che deve mantenere un costo contenuto per il cittadino. Questo influisce inevitabilmente sulle scelte di investimento dei gestori. Molte utility devono confrontarsi con reti molto estese e spesso caratterizzate da un elevato livello di vetustà. In queste condizioni, le priorità sono spesso orientate verso interventi in grado di ridurre rapidamente le perdite e migliorare l’efficienza del servizio. A questo si aggiunge il fatto che gran parte dei programmi di finanziamento degli ultimi anni, compresi quelli legati al PNRR, hanno privilegiato temi come digitalizzazione, monitoraggio delle reti e riduzione delle perdite, senza fare riferimento specifico a protezione e tutela degli asset. Tutto ciò contribuisce a rendere il quadro particolarmente articolato.
Come si consolida il ruolo di APCE in un contesto così variegato?
La nostra missione resta quella della divulgazione e della formazione. Dobbiamo continuare a diffondere conoscenza tecnica, promuovere le competenze e aiutare gli operatori a comprendere quando e come la protezione catodica possa rappresentare una soluzione efficace. Parallelamente, stiamo lavorando alla finalizzazione delle linee guida dedicate al settore idrico, un documento che raccoglierà le migliori pratiche e le indicazioni tecniche per l’applicazione della protezione catodica alle infrastrutture della risorsa “acqua”. Una volta completato, questo lavoro potrà rappresentare un importante strumento di confronto anche con il regolatore.
Che indicazioni sono emerse dalla recente giornata studio organizzata a Napoli?
Un incontro molto interessante a cui hanno partecipato i nostri soci e i rappresentanti di alcune importanti utility; è stato confermato il crescente interesse del settore verso questi temi. Abbiamo scelto di lasciare spazio soprattutto ai gestori e ai tecnici che operano quotidianamente nel mondo idrico, chiedendo loro di presentare esperienze concrete e casi applicativi. Il confronto ha consentito di mettere in evidenza le principali criticità che il comparto si trova ad affrontare: la necessità di intervenire rapidamente sulle perdite, la disponibilità di risorse economiche che superino il PNRR, le priorità imposte dai programmi di investimento e la difficoltà di pianificare interventi che producano benefici nel lungo periodo. È emersa però anche una forte disponibilità al dialogo e alla condivisione delle esperienze, elemento fondamentale per costruire una maggiore consapevolezza sul valore della protezione catodica.
Quali sono le prossime iniziative che l’Associazione intende promuovere?
Accanto alle attività di divulgazione tradizionali, intendiamo rafforzare il dialogo con alcuni interlocutori istituzionali e con le principali utility del settore. L’obiettivo è sviluppare percorsi di formazione dedicati, incontri tecnici e momenti di approfondimento direttamente presso le aziende interessate. Un altro tema che consideriamo strategico riguarda il mondo della scuola. Nel corso del 2025 abbiamo avviato un percorso di orientamento presso diversi istituti tecnici, coinvolgendo studenti e docenti per far conoscere una professione altamente specializzata ma ancora poco nota. Si tratta di un’esperienza che vogliamo proseguire e ampliare. La protezione catodica è una disciplina che raramente trova spazio nei percorsi scolastici tradizionali e riteniamo importante contribuire a colmare questo divario, favorendo la formazione delle competenze di cui il settore avrà bisogno nei prossimi anni. Anche per portare ai ragazzi quei valori di sostenibilità che ben si associano con la conservazione di un bene.
Quale messaggio emerge, in conclusione, da questo percorso?
L’incontro con ARERA e il confronto con gli operatori del settore hanno confermato che la strada da percorrere passa attraverso tre elementi fondamentali: dati, formazione e cultura tecnica. La protezione catodica non può essere proposta come una soluzione universale, ma rappresenta uno strumento importante per la tutela delle infrastrutture quando viene applicata nei contesti appropriati e con una visione di lungo periodo. Per questo motivo APCE continuerà a lavorare sulla diffusione delle competenze, sul dialogo con le istituzioni e sul confronto con le utility, affinché la protezione catodica possa trovare il giusto spazio all’interno delle strategie di sviluppo e ammodernamento delle reti idriche italiane.