Politiche industriali europee, italiane, regionali

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Di Emanuele Martinelli

Passato il 1° maggio, dove ogni esponente politico si è espresso a suo modo sul tema “lavoro”, è lecito chiederci quale valore abbiano le parole pronunciate da qualche rappresentante sindacale sulla mancanza di un piano industriale a favore del Paese e quindi dei lavoratori. Un tema che tocca direttamente gli ambiti di cui ci occupiamo – energia, acqua, sviluppo territoriale, economia circolare – ma che non trova risposte se non a livello privato. Se una singola azienda necessariamente predispone un piano, una strategia industriale di medio e lungo periodo, su cui programma la propria operatività e attività, quando si tratta di traslare il concetto su un sistema Paese indubbiamente le cose si complicano. Il rapporto tra pubblico e privato appare in questo senso sempre più complicato; si accenna sporadicamente a strumenti e incentivi da metter a disposizione delle imprese per una miglior gestione dei propri processi, si declama la necessità di affrontare con un approccio innovativo l’ambito della formazione; ma non si indica una traiettoria, non ci si sbilancia in pratica a parlar di futuro. Un tema che anche in questi giorni di campagna elettorale gli schieramenti politici nostrani si son ben guardati dal toccare, delegandolo forse ai rappresentanti neoeletti dopo le europee dell’8 e 9 giugno. In modo più o meno esplicito, con una sorta di tacito assenso, ci si è affidati con una sorta di delega a quanto pronunciato da Draghi nel recente discorso/manifesto, con l’auspicio che possa tradursi in politiche e piani a favore dei 27 Paesi membri, compreso naturalmente il nostro. Mentre Cina e Stati Uniti hanno adottato politiche industriali aggressive Draghi ha sottolineato la mancanza di una strategia industriale europea e di un’azione coordinata in settori chiave come l’innovazione tecnologica e l’energia; con tre macro indicazioni: favorire economie di scala per competere a livello globale; fornire beni pubblici attraverso una migliore coordinazione tra Stati membri; assicurare l’approvvigionamento di risorse essenziali. Se su questi punti l’immobilismo europeo è divenuto cronico lo vedremo dopo le elezioni di giugno, consapevoli delle conseguenze che il navigare a vista porta soprattutto sui Paesi più deboli come il nostro. Rimaniamo in attesa dunque di buone nuove consapevoli che il nostro sviluppo, anche territoriale, passerà sempre più sulla possibilità di veder attuarsi nuove politiche industriali europee, italiane, regionali.

PUBBLICATO IL
2 Maggio 2024

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