Paolo Fresu, l’Impossibile è Possibile

Di Emanuele Martinelli

Come chi ci segue sa bene, ci occupiamo da anni di sviluppo dei territori con il progetto Smart Land Italia; un tema complesso quello delle aree lontane dai grandi centri, che a tratti sembra lontano dal trovare nuove chiavi di lettura. Quasi che dalla bellezza di gran parte del nostro Paese si sia costretti a scappare quando si desideri una vita soddisfacente, qualsiasi sia la nostra età. Ne abbiamo parlato con Paolo Fresu, trombettista e compositore di fama mondiale, che ci ha aperto una nuova prospettiva sul tema; un incontro avvenuto quest’estate a Berchidda durante la 37ma edizione di Time in Jazz, il Festival che si è tenuto dall’8 al 16 agosto di cui Fresu è anima, testimonial principale, oltre che direttore artistico. Racconteremo di Berchidda e dell’amata Sardegna anche nelle prossime settimane, come esempio di progettualità in grado di contrastare un flusso in uscita che sembra incontrovertibile. Ma di cui si può sempre invertire la rotta.

Paolo, ci siamo visti il primo giorno del Festival e mi hai suggerito di posticipare la nostra chiacchierata all’ultimo giorno della manifestazione, perché sarebbe stato più chiaro il puzzle che si sarebbe composto.

È vero, e mi auspico sia stato un suggerimento proficuo. Lo sviluppo di un territorio come quello berchiddese parte da un grande lavoro di contaminazioni; la tradizione legata alla banda comunale e alla storica passione dei suoi abitanti per la musica, si è unita a quella dei mestieri legati al vino, all’agricoltura e alla pastorizia. Ma soprattutto, come avrai visto in questi giorni, tutto qui si tiene grazie all’importanza data ancora alle relazioni, che segnano il valore reale di questo luogo. Ci troviamo in un territorio ricco dal punto di vista naturalistico, storico, umano, antropologico; organizzare un Festival Jazz qui significa stare in ascolto e mettere a fattor comune tutte le risorse che questa terra presenta. Riscoprendole in alcuni casi e facendole vivere anche alle persone che arrivano dall’esterno.

Un Festival che dal punto di vista musicale ha presentato una poliedricità di artisti, stili, tendenze.

Mettere a fattor comune talenti e valori è nel dna di Time In Jazz; prova ne è il concerto della notte di Ferragosto dove sono saliti sul palco musicisti di diversa estrazione che hanno trovato una sintonia straordinaria, unendo jazz, musica elettronica, rap e canti popolari. Una manifestazione che esprime tutto il suo valore nella eterogeneità musicale così come nell’architettura umana delle persone che vi lavorano, dei tanti volontari che arrivano da tutta Italia e da realtà e culture diverse. Parlare di territorio significa dunque aprirlo, ascoltarlo, conoscerlo innestandovi nel tempo ciò che viene dall’esterno.

Abbiamo intitolato questa edizione 2024 “A Love Supreme”, come il disco di Coltrane uscito nel gennaio del 1965. L’amore supremo è l’amore condiviso, di cui crediamo ci sia quanto mai bisogno, capace di tendere una mano. Un messaggio non retorico ma che richiama alla necessità di mettere in circuito relazioni, valori, progettualità.

Avete presentato al Museo del vino di Berchidda una nuova serie di straordinarie produzioni locali, dialogando peraltro con il fotografo che ha curato l’edizione 2023 del Festival. Anche in questo caso valori e sensibilità si sono integrate trovando nuove linee di comunicazione.

Il linguaggio del gusto dialoga con quello dell’ambiente, delle tecnologie, della parola, del suono, della capacità di visione; questo è l’humus che consente a un territorio di crescere e di non spopolarsi come avviene purtroppo in tante periferie del nostro Paese. Da questo punto di vista un Festival come il nostro si prende una grande responsabilità: non si consuma proponendo un bel concerto su un palco seppur importante, ma si propone di aprire un discorso molto più ampio. L’attività artistica a Berchidda vive tutto l’anno attraverso la creazione e produzione di nuovi progetti culturali e sociali; integrandosi perfettamente alle altre attività produttive.

L’arte anticipa sempre i tempi. A metà degli anni ‘90 per esempio la musica elettronica si è fusa con il jazz e l’hip pop; oggi in altri settori le contaminazioni tecnologiche sono in grado di cambiare i servizi di pubblica utilità. Perché questo accada servono capacità di visione ma pure competenze e professionalità di alto livello. Orizzontalità e trasversalità che non devono però perdere la qualità insita nella verticalità delle discipline.

Un tema decisivo, che prelude al fatto che serve poi qualcuno che, come nella jam session finale di Ferragosto, decida non tanto dove andare ma quando partire, quando aprire degli spazi e infine quando chiudere. È molto importante in questo caso che si manifesti una leadership – chi fa impresa sa bene cosa dico – che comprende flessibilità ed elasticità, esperienza e sensibilità. Questo non solo se vogliamo che un’architettura resista agli shock, ma perché diventi contagiosa verso gli altri, capace di catturare idee e pensieri e portarli altrove. Leadership che non può essere totalitaria ma necessariamente capace di sentire e cogliere dagli altri il meglio di ognuno. Anche per aprire nuove vie e nuove porte dalle quali entrare.

Si parla di resilienza quando dopo una crisi si cerca di tornare allo stato preesistente.

Non si deve dimenticare quello che si è stati, perché vorrebbe dire perdere la bussola, ma allo stesso tempo dopo un forte stress si torna a uno stato che è semplicemente diverso; sei un altro, più ricco, hai vissuto di più; non è sentimentalismo ma porta in sé un desiderio di futuro e capacità di visione. Il passato consente di costruire su basi solide grazie al “conosciuto”; questo vale per posizioni personali e umane così come per territori in grado di rigenerarsi.

Time In Jazz dimostra che è la qualità di una proposta a rendere fertile un progetto, dandogli una prospettiva futura. Sarebbe importante che il livello che porti ogni anno a Berchidda – che comprende le importanti iniziative Time To Children e Time To Read (di cui parleremo nei prossimi giorni) contaminasse anche le istituzioni.

Noi crediamo nella forza dei laboratori culturali, nel dialogo multidisciplinare anche con bambini e adolescenti, come abbiamo visto durante il Festival. Spesso le istituzioni sono ingessate ed è difficile raccontar loro chi si è ma soprattutto chi si vorrebbe essere. Ma in questi anni con molta caparbietà siamo riusciti a scardinare alcuni sistemi forse troppo codificati, per spiegare che dal momento in cui cambia il mondo devono cambiare non solo le regole ma le strutture che legiferano intorno al mondo stesso. Il nostro lavoro è quindi anche politico e cerca di illustrare e raccontare come un Festival Jazz, pur nelle sue peculiarità, è un contenitore con vasi comunicanti che portano ad altri spazi espressivi, ognuno con un suo colore, grandezza e forma.

Si parla molto spesso di intellettuali che sempre meno si sporcano le mani. Nel tuo caso avviene esattamente il contrario.

La musica è condivisione e apre necessariamente un dialogo su più fronti. Se ognuno mette del suo, e vale anche sul palco, i cambiamenti ci sono e se ne percepisce nel concreto l’importanza. Per cui sono fortemente convinto che il successo di Time In Jazz derivi dalla qualità del territorio e da tutte le persone che qui vivono e si ritrovano. Non bastano le mie idee, è un lavoro collettivo, espressione di una coralità che da sempre contraddistingue questo territorio. Una terra fatta di persone capaci di cogliere anche quello che arriva da fuori. Il Festival rigenera ogni anno relazioni e quindi progettualità. Nel 2011 per i miei 50 anni mi sono avventurato in un progetto folle: 50 concerti con 50 gruppi diversi per 50 giorni in 50 luoghi diversi della Sardegna, molti dei quali davvero isolati. Giravamo nei paesi con auto sulle quali era scritta solo una frase: l’Impossibile è Possibile. In qualche modo anche successivamente abbiamo continuato in quella direzione. Una filosofia che declino ogni giorno e che personalmente è diventata quotidiana.

Il tuo emisfero anche fisico va da Berchidda a New York e ritorno. L’11 agosto hai raccontato l’origine e il senso di A Love Supreme di Coltrane, attraverso un intenso colloquio con Ashley Kahn, collegato proprio da NY, autore di un volume fondamentale su quel lavoro. Cosa significa per Paolo Fresu, quell’album?

Un disco che all’inizio non avevo capito pienamente, quasi non mi appartenesse. Poi ho imparato a conoscere Coltrane non solo attraverso Miles Davis ma entrando nei suoi progetti e nella sua storia personale. Pochi giorni dopo la chiusura del Festival 2023 (dal titolo “Futura” come la canzone di Dalla che “evoca visione e coraggio”) c’è stato un momento in cui ho compreso tutta la grandezza di quel lavoro, ascoltandolo più volte e cercando di capire cosa avesse significato per Coltrane. È stato quindi quasi naturale unire quella musica, l’origine da cui era scaturita dopo una crisi intensa di Coltrane, al momento storico che stiamo vivendo. Ho pensato che sarebbe stato importante, in questi tempi complessi, parlare di amore supremo, di amore corrisposto.

 

Per saperne di più consulta la pagina Instagram: https://www.instagram.com/timeinjazz/

PUBBLICATO IL
11 Settembre 2024

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