Luisa Vuillermoz, Fondation Grand Paradis, “nuovo senso di comunità, visione e progettualità in risposta allo spopolamento delle nostre montagne”

cogne

Nata per far conoscere e valorizzare le peculiarità naturalistiche e culturali del Parco Nazionale, la Fondation Grand Paradis è diventata nel tempo uno degli enti valdostani di riferimento in termini d’innovazione sociale e culturale, favorendo la nascita di nuovi servizi per cittadini, imprese e turisti per una prima risposta allo spopolamento delle aree montane. Ne abbiamo parlato con Luisa Vuillermoz, Direttrice di Fondation Grand Paradis e Direttrice Artistica del Gran Paradiso Film Festival

Di Emanuele Martinelli

 

 

Le iniziative organizzate durante l’anno dalla Fondazione tengono alto l’interesse su un territorio che non solo conserva tutta la propria bellezza ma produce nel tempo cultura e idee secondo una visione di lungo respiro. È questa la strada per arginare il fenomeno dello spopolamento che le nostre montagne registrano?

Quello che noi osserviamo, almeno qui in Valle d’Aosta, è la coesistenza di due movimenti opposti: da un lato, continua lo spopolamento di tutta la montagna, anche quella ricca, che si popola di turisti ma si svuota di residenti; dall’altro lato invece c’è il fenomeno del turista che si trasforma in nuovo residente, attratto dalla qualità delle infrastrutture e , soprattutto, dalla qualità della vita che il territorio può offrire. Pur con numeri piccoli, si tratta di una tendenza crescente, che segue dinamiche spontanee e non programmate; un inizio di ripopolamento, con persone che scelgono di vivere in montagna, confermato da una serie di questionari che la Fondazione ha sottoposto a un campione di popolazione in diversi comuni, da cui è emersa una fotografia aggiornata della situazione nella nostra area.

L’attività stessa della Fondazione coinvolge persone che vedono la montagna come un ambito fortemente attrattivo.

Noi occupiamo stabilmente durante l’anno 12 persone, tra cui alcune appartenenti a questa nuova categoria di residenti che hanno scelto appunto di vivere sul nostro territorio in un contesto familiare dove uno dei componenti della coppia lavora come libero professionista, o comunque favorite da forme lavorative che le rendono compatibili pur vivendo a Cogne, Valsavarenche o Rhêmes-Notre-Dame. Persone che affermano di voler far crescere i propri figli in luoghi che offrono qualità della vita e qualità ambientale, dove sia vivo un senso di comunità. Durante gli ultimi Consigli d’Amministrazione della Fondazione è emerso che proprio in termini strategici e con l’obiettivo di proporre azioni concrete, consapevoli, andranno agevolati e rafforzati questi flussi, non lasciati al solo carattere di spontaneità ma resi più organici.

Quali sono gli ostacoli maggiori che rilevate oggi?

Spesso queste famiglie rimangono delle monadi, non entrano in un contesto di socialità condivisa, provano con fatica a mettere in relazione il proprio patrimonio con una cultura non propria. Alcuni di essi sono impiegati nel settore turistico, un ambito peraltro che fatica a trovare personale, dove le diverse località competono per attrarre capitale umano di tutti i tipi, anche molto qualificato e ben retribuito: dagli chef ai direttori d’albergo, fino a receptionist e specialisti in PR. L’offerta di lavoro non manca in tutta la Regione e riguarda praticamente ogni settore. Lo spopolamento è causato anche da fenomeni generali come l’innalzamento dell’età media e l’abbassamento della natalità, ma non certamente per la mancanza di lavoro. Andranno meglio analizzati i pro e i contro se vogliamo aumentare la granularità dell’analisi e capire cosa stia succedendo, ma credo vada in primis incoraggiata la ricostituzione di un senso di comunità, che dovrà acquisire nuovi significati: solo così si potrà ricostituire una soglia minima di residenti che consenta per esempio di riaprire le scuole.

La presenza di scuole su un territorio ne manifesta la salute. E apre un discorso sull’evoluzione culturale di un’area.

Se perdi la scuola perdi la possibilità di far crescere nuclei familiari; non può diventare un’avventura quotidiana per un genitore portare i propri figli a scuola la mattina. La cartina di tornasole sono proprio le scuole elementari e medie, con flussi facilmente prevedibili, che indicano la soglia minima per l’attivazione di servizi primari.

Stiamo ragionando sul ripopolamento di alcune aree che questo livello l’hanno già perso ma che proprio per questo possono essere in qualche modo reinventate. Ma per far questo servono idee, proposte, che possono venire soprattutto da un’evoluzione culturale di chi è già residente, che deve vedere le persone che arrivano come una risorsa cruciale per il proprio futuro. Fondamentale quindi esser consapevoli che serva accoglienza, collaborazione, un nuovo senso di comunità; insieme a cultura, formazione e progettualità.

Molto spesso si tratta di processi di cui le istituzioni in particolare sono consapevoli.

A parole quando si fanno questi discorsi si è tutti abbastanza d’accordo. Poi nei fatti le cose si complicano, pur essendo la Valle d’Aosta una regione ospitale rispetto ad altri ambiti decisamente più chiusi. A Cogne, che non ha una tradizione di attraversamento come peraltro le altre valli che entrano nel parco (Valsavarenche e Rhêmes-Notre-Dame) il senso d’accoglienza ci viene dalla mentalità formatasi dai lavoratori della miniera spesso inclusivi nei confronti di chi condivideva questa esperienza. Poi nel tempo questo tratto identitario si è in parte trasformato portando a un “noi e gli altri” su cui va aperta una profonda riflessione; per far evolvere la consapevolezza che le persone che potrebbero arrivare dall’esterno e vivere qui saranno una grande risorsa per tutti, portatori di una grande funzione in grado di rigenerare una comunità montana. Senza questo scambio e questa formazione di nuova identità si perderà tutto: capacità produttiva, stabilità dei versanti, protezione sociale e civile. La montagna deve vedere i nuovi residenti come una risorsa e al contempo il turista non deve considerare la montagna come un parco giochi. Due sguardi sbagliati che appartengono a una generazione fa e che oggi devono essere giudicati anacronistici. Ci sono tutte le potenzialità perché questo accada e perché questo movimento ancora spontaneo possa invece diventare organico, strutturato e accelerato.

I forti cambiamenti in atto, da quelli climatici a quelli sociali, potrebbero incentivare un nuovo rapporto tra città e montagna, creando modelli virtuosi diffusi. Anche pensando alle nuove professioni con dinamiche relazionali molto più flessibili.

Come dicevo, l’unico problema che non c’è in Valle d’Aosta è la richiesta di lavoro, in tutti i settori, compresiambiti che riguardano la PA o i servizi di pubblica utilità. Il tema della capacità progettuale per esempio, e quindi della possibilità di attrarre risorse economiche, passa dalle competenze; dobbiamo attrarre persone in grado di gestire i processi di cambiamento, professionalità che i territori, e non solo il nostro, si contenderanno. Non parlo dunque solo di turismo o sanità, ma di IT, ricerca sugli acciai, energia, trasporti. L’abbiamo vissuta e quindi siamo abituati a parlare di disoccupazione quando invece il problema si è velocemente capovolto, nella direzione di una mancanza di capitale umano. Lo vediamo anche nel presidio dei siti che la Fondazione gestisce, un’attività proposta a giovani laureati in discipline umanistiche/culturali o naturalistiche in senso lato. Non siamo riusciti a completare l’organico per l’estate, e oggi ci manca personale su tutti i fronti pur avendo le risorse economiche da impiegare. Comprendo peraltro che vivere in montagna comporti una scelta di vita che supera la visione romantica del weekend in Valle d’Aosta, ma è un dato di fatto che la domanda di lavoro superi oggi l’offerta.

Qualche esperienza positiva relativa al ripopolamento di aree remote arriva a macchia di leopardo da territori che hanno saputo creare un mix virtuoso tra infrastrutture e digitalizzazione, efficienza degli edifici pubblici e privati, attività produttive orientate all’innovazione, offerta culturale, costi di trasporto e mobilità ridotti, accesso all’energia a condizioni calmierate.

Stiamo pensando anche in Valle d’Aosta a località spopolate, di grande bellezza, con case a costi ridotti, su cui creare progettualità per la creazione di nuove infrastrutture. In altri casi registriamo invece gioielli come Rhêmes-Notre-Dame dove le case costano molto e il processo di spopolamento è in continuo divenire. Alcune situazioni vedono un turismo che aumenta i prezzi e allontana le comunità, come Courmayeur o Cogne per esempio, dove i prezzi delle case o gli affitti sono di difficile accesso per una famiglia che voglia trasferirsi. Nei pressi invece di Valsavarenche, ci sono più insediamenti a favore di persone che affittano case per lunghi periodi o per nomadi digitali. Su villaggi che non soffrono di over tourism si può certamente ricostruire una comunità, altrimenti si registra una naturale quanto miope espulsione.

Rendere sostenibili i costi di una casa e di un viaggio da città vicine – Milano e Torino in primis – può far decidere per una graduale transizione. Inoltre, attività come quelle proposte da Fondation Grand Paradis davvero trasmettono messaggi di cura e qualità culturale a favore della vita delle persone, cittadini, professionisti o turisti che siano.

Certamente una politica dei prezzi, anche per quanto riguarda le infrastrutture, potrebbe aiutare. Oggi abbiamo l’autostrada più costosa d’Italia e non abbiamo una rete ferroviaria, quindi un problema di accessibilità esiste e rappresenta un notevole ostacolo. La Fondazione lavora su vari progetti, alcuni dei quali sono concentrati su percorsi per una nuova vita nelle valli del Gran Paradiso. Si possono trovare sul nostro sito (www.grand-paradis.it/it), dove ognuno potrà valutare il lavoro di sensibilizzazione e reperimento di risorse che viene fatto, anche attraverso co-progettualità con altri paesi. Crediamo si possano ricreare servizi e comunità nelle zone spopolate integrandole con quelle di maggior attrattività turistica, ricostituendo una massa critica sufficiente, magari attraverso piani di ristrutturazione avanzati degli edifici, secondo criteri moderni e di compatibilità ambientale, ma con prezzi che consentano alle comunità di reinsediarsi.

Si tratta di avere una visione di lungo respiro con piani anche a breve e medio termine.

È vero, anche se il processo contrario va veloce. L’esempio di Rhêmes-Notre-Dame è emblematico: ci vive un solo minorenne su un centinaio circa di persone; i prezzi delle case al metro quadro sono quelli urbani. Si stanno ripopolando alcune frazioni nella zona, ma non il cuore di Rhêmes che viene lasciato al turista. Un fatto non di per sé negativo ma che limita la costruzione di una comunità e quindi l’implementazione di servizi.

Dal 28 luglio al 10 agosto a Cogne e nelle altre valli del Gran Paradiso si terrà la 28ma edizione del Gran Paradiso Film Festival, un riferimento per il cinema naturalistico europeo (www.gpff.it). Avete inoltre presentato il progetto d’intelligenza artificiale “La Sibilla del Gran Paradiso”. Ripartire da cultura e innovazione è la strada per parlare di futuro.

Io credo di sì. Si tratta di due progetti in grado di potenziare la nostra capacità di accoglienza e mediazione turistica ma estremamente utili per formare le persone. Due progetti che legano ambiti diversi, interdisciplinari, in grado di far comprendere come la relazione tra diversi linguaggi e punti di vista possa essere la chiave per parlare con positività di un futuro per le nostre montagne e per chi avrà la fortuna di abitarle.

PUBBLICATO IL
23 Luglio 2025

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