Di Emanuele Martinelli
Siamo reduci dalle votazioni per il referendum sulla riforma della giustizia che ha portato alle urne il 58,9% degli aventi diritto per un totale di 26.909.591 voti validi. Una stima realistica Ipsos/YouTrend (non abbiamo ancora i dati ufficiali) dice che il 20 e 21 marzo ha votato dal 45% al 55% di giovani tra i 18 e i 25 anni, dunque oltre 2.000.000 di persone sui 5-6 in quella fascia d’età. Un dato significativo, un messaggio chiaro che arriva da chi solitamente si colloca lontano dall’attuale politica, forse solo apparentemente disinteressato alle vicende pubbliche di casa. Giovani che al tempo stesso negli ultimi mesi hanno riempito le piazze per manifestare, per denunciare il genocidio di Gaza, dare solidarietà alla Freedom Flotilla, sensibilizzare l’opinione pubblica sui cambiamenti climatici, sulla discutibile chiusura di centri sociali o sulla grave carenza di alloggi universitari. Una Generazione che abbiamo in qualche modo confinato a un ruolo minore e che al contrario sta cercando di riprendersi una centralità politica. Giovani informati attraverso canali mixati senza una matrice precisa, integrazione tra social, passaparola, confronti nelle scuole, sui luoghi di lavoro o tra amici; riletti con strumenti che non si sono ancora compresi pienamente. Ma con un punto focale che trova nuova solidità in pensieri e valori di riferimento universali, che in certa misura, ha dimostrato il referendum, si rifanno per i nostri giovani a quanto esprime oggi più che mai la Costituzione italiana. Chi ha frequentato momenti di sensibilizzazione collettiva nell’ultimo anno, si è spesso stupito di una così ampia presenza di giovani a cortei pubblici, ritenuta contraddittoria rispetto alla poca partecipazione a dibattiti e confronti di carattere familiare o scolastico; evidenziando come le modalità e i segni di una presenza concreta, fossero tutti nella fisicità di una condivisione aperta e concentrata su aspetti valoriali comuni. Considerato da questo punto di vista il risultato del referendum dice molto più dei contenuti del referendum stesso (peraltro poco comprensibili anche a molti dei presunti esperti eretti a ruolo di comunicatori); anche se complesso trarne valutazioni utili per partiti politici che finora non hanno brillato nell’interpretazione di un fenomeno tutt’altro che sommerso. Per questa ragione, rifarsi alla Costituzione rimane il punto di congiunzione possibile tra generazioni, per cercare di condurre le proprie azioni a ideali comuni e trovare risposte solide alla necessità di limitare il potere di pochi garantendo diritti e doveri di molti. Mai come ora, anche per il contesto internazionale sempre meno decifrabile, cerchiamo punti fermi a cui affidare il nostro futuro, personale e collettivo; un tema che attraversa tutte le generazioni a cui i giovani al voto hanno dato una risposta chiara. Che sarà vitale per la politica saper tradurre, come finora non è stato fatto, in visioni di lungo respiro e programmi concreti a breve termine.