Giovani talenti in fuga. Possiamo trattenerli?

Di Emanuele Martinelli

La questione dei giovani che studiano nel nostro Paese per poi lasciarlo alla fine del ciclo d’istruzione sconta una problematica diffusa che tocca quasi tutti gli ambiti della vita politica, economica e sociale. Abbiamo incrociato una serie di dati utili per capire il fenomeno. Negli ultimi anni, infatti, l’emigrazione giovanile ha assunto dimensioni strutturali: secondo ISTAT, tra il 2011 e il 2023 sono espatriati oltre 550.000 giovani italiani tra i 18 e i 34 anni, con un’accelerazione recente che ha portato il numero complessivo degli espatri a 191.766 unità nel 2023 (ultimo dato consolidato disponibile) e a circa 156.000 nel 2022 (Bilancio demografico nazionale, ISTAT 2024). Le stime preliminari per il 2024 indicano un ulteriore aumento dei flussi.

L’atavica mancanza di programmazione e di strategie di lungo termine si riflette anche sulla ridotta lungimiranza nel proporre politiche del lavoro in grado di integrare evidenti criticità salariali con aspetti formativi. Secondo il Rapporto AlmaLaurea 2024, il 41,2% dei laureati magistrali italiani che lavorano all’estero a cinque anni dal titolo dichiara di aver trovato migliori opportunità professionali fuori dal Paese. Più in generale, analisi congiunte ISTAT e Fondazione Nord Est indicano che oltre il 30–35% dei giovani emigrati è in possesso di un titolo universitario, quota in crescita rispetto al decennio precedente.

Nella stessa direzione si collocano i dati OCSE: nel report Talent Abroad l’Italia risulta tra i principali Paesi europei per perdita netta di laureati, con un incremento significativo della mobilità qualificata negli ultimi dieci anni. Il Rapporto Italiani nel Mondo 2023 della Fondazione Migrantes evidenzia inoltre che oltre il 23% degli italiani residenti all’estero ha meno di 35 anni, segnalando una forte componente giovanile nei flussi migratori.

Si stima che il binomio famiglia–Pubblica amministrazione investa mediamente tra 150.000 e 200.000 euro per la formazione completa di un laureato (elaborazioni su dati OCSE, Education at a Glance 2023, e Banca d’Italia). Secondo il Centro Studi Confindustria (2022), la perdita economica associata alla fuga di capitale umano qualificato è quantificabile in circa 1 punto di PIL all’anno, mentre la Fondazione Nord Est ha stimato in oltre 134 miliardi di euro il valore cumulato della perdita di giovani qualificati tra il 2011 e il 2021.

Il singolo studente decide quindi di fare esperienza in altri Paesi — principalmente Germania, Regno Unito e Svizzera — attratto da migliori condizioni lavorative. In questi contesti, come evidenziato dal Future of Jobs Report 2023 del World Economic Forum, tra le professioni a più rapida crescita a livello globale figurano specialisti in intelligenza artificiale e machine learning, analisti di dati, esperti di cybersecurity e sviluppatori software. Analogamente, la Commissione europea, attraverso l’indice DESI 2023, segnala una forte domanda di competenze digitali avanzate nei Paesi più performanti.

Accanto alle professioni ICT, si registra una crescente richiesta legata alla transizione ecologica: secondo l’International Energy Agency (IEA, World Energy Employment 2023), l’occupazione nel settore energetico globale ha superato i 67 milioni di addetti, con una crescita trainata soprattutto dalle energie rinnovabili e dall’efficienza energetica. In Europa, la Commissione europea stima che il raggiungimento degli obiettivi del Green Deal richiederà milioni di nuovi posti di lavoro “verdi” entro il 2030. In ambito sanitario, i dati OCSE (Health at a Glance 2023) evidenziano carenze strutturali di personale in molti Paesi europei, con una domanda crescente di infermieri e professionisti sanitari specializzati.

Parallelamente, si osserva una forte crescita della domanda di competenze ibride: secondo l’OCSE (Skills Outlook 2023), oltre il 50% dei lavori emergenti richiede una combinazione di competenze tecniche, digitali e trasversali, mentre la Commissione europea, nell’ambito della European Skills Agenda, sottolinea la necessità di rafforzare profili capaci di operare all’intersezione tra innovazione tecnologica, sostenibilità ed economia pubblica.

Eppure il momento storico presenta ambiti potenzialmente di grande sviluppo sui territori italiani, in particolare nei settori ambientali ed energetici, caratterizzati da una forte connotazione multidisciplinare. In questo quadro, i servizi di pubblica utilità (energia, acqua, rifiuti, mobilità) stanno vivendo una profonda trasformazione: secondo Utilitalia (Rapporto 2023), il settore in Italia conta oltre 90 miliardi di euro di fatturato e più di 300.000 addetti, ed è chiamato a sostenere investimenti rilevanti legati alla digitalizzazione delle reti e alla transizione ecologica. Ciò richiede nuove professionalità: ingegneri di rete, esperti di smart grid, data analyst per la gestione dei consumi, tecnici della gestione ambientale e specialisti in economia circolare.

Ancor più problematico è il tema del ricambio generazionale nella Pubblica amministrazione. Secondo il Rapporto sul pubblico impiego 2023 del Dipartimento della Funzione Pubblica, l’età media dei dipendenti pubblici in Italia supera i 50 anni (50,7 anni), tra le più alte in Europa, mentre meno del 4% ha meno di 30 anni. La stessa Commissione europea, nei documenti di monitoraggio del PNRR, evidenzia la necessità di rafforzare la capacità amministrativa attraverso nuove competenze: digitalizzazione dei servizi, gestione di progetti complessi, procurement innovativo e utilizzo efficace dei fondi europei.

È urgente una profonda riflessione sul tema e molto coraggio per un veloce e forte cambiamento. Stiamo perdendo il nostro patrimonio più grande: la passione, l’entusiasmo e le competenze dei nostri giovani.

NB I dati sono stati verificati con il supporto di AI

PUBBLICATO IL
4 Maggio 2026

Condividi:

media correlati