Dalla VAR alle imprese. Tecnologie da subire o utilizzare

Di Emanuele Martinelli

Gli amanti del calcio si domanderanno quando toccherà alla loro squadra subire più o meno evidenti torti per prese di posizione controverse dovute all’utilizzo della VAR. È importante ricordare che VAR significa Video Assistent Referee, in pratica uno strumento tecnologico che dovrebbe supportare l’arbitro nelle sue decisioni. In questo momento, più che aiutarlo ne sta distruggendo non solo l’immagine ma il senso della sua presenza e sempre più si ha l’impressione che sia in atto una sostituzione più che un’assistenza, per evidenti umane indecisioni sull’interpretazione delle immagini fornite dalle telecamere. Si tratta di un ambito che ben fa comprendere quale trasformazione sia in atto nel rapporto tra uomo e macchina, con un naturale ma antistorico desiderio di passato e un’accelerazione verso un futuro che facciamo fatica a immaginare. Nel caso del calcio affiorano incubi di atleti tempestati di sensori in grado di trasmettere dati su ogni singolo gesto e azione su cui essere giudicati: praticamente la morte della componente passionale – certamente la più importante – di uno sport che in parte sembra già avviato su questa via. È chiaro vi sia un rapporto d’equilibrio tra uomo e macchina da ridefinire, a dire il vero non per la prima volta nella storia, che al momento ci spiazza per la sua rapidità di trasformazione e l’insondabile prospettiva futura; su cui vi sono tracce di una certa riflessione su etica e AI ma lontane da una piena e consapevole gestione del problema. “Nell’era della tecnica e della produttività non riconosciamo più la verità” ha dichiarato qualche giorno fa il filosofo e psicoanalista Umberto Galimberti; certo è che la complessità della questione si è instradata su velocità pari alle risposte dell’AI, inchiodando di contraltare nei tempi di risposta genitori alle prese con tematiche poco immaginabili fino a poco tempo fa.

Altrettanto complesso e da ridefinire è il rapporto tra imprese e lavoratori soprattutto in un Paese e in un momento storico in cui si lavora con tattiche a breve più che con il filtro di strategie a lungo termine. Maggiori investimenti in formazione aiuterebbero a governare processi che oggi senza dubbio si subiscono; per ora si vive in una sorta di bolla, i più colpiti da un comprensibile stupore per le meravigliose capacità di suggerire soluzioni da parte dell’AI, praticamente per qualsiasi cosa. Siamo impegnati a capire come utilizzarla per diminuire la nostra operatività a vantaggio di un’auspicata miglior qualità della nostra professione; facciamo qualche sforzo per immaginare come potrebbe aiutarci a crescere professionalmente ma forse ci fermiamo qui.

In generale servirebbe una grande riflessione sui criteri, sui principi con cui utilizziamo le tecnologie; questo vale per tutto, per lo sport, l’educazione dei nostri figli o il significato di crescita culturale personale e sociale. Il mondo che professionalmente frequentiamo – quello dei servizi di pubblica utilità, dello sviluppo di città e territori – già contrassegnato dalla forte evoluzione tecnologica in atto, può certamente dare un contributo al tema. Sia per valorizzare tecnici e manager che operano all’interno di questi segmenti, sia per meglio comprendere come offrire a cittadini e imprese servizi di maggior qualità. La strada è ostica e affascinante al tempo stesso, ma dipenderà da ognuno di noi dotarci di strumenti per aprirci a una visione complessiva dei problemi e curare al tempo stesso la verticalità dei nostri interessi. Non semplice, ma grazie all’innovazione tecnologica, probabilmente più accessibile di un tempo. Mettendo al centro principi, sensibilità e desiderio di conoscere.

PUBBLICATO IL
24 Febbraio 2026

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