Creare lavoro nelle aree interne basterà ad arginare lo spopolamento?

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Stili di vita, offerta culturale, fondi. Azioni integrate per riconnettere città, territori e montagne

 

Di Emanuele Martinelli

Visti i risultati finora ottenuti da politiche nazionali e regionali, davvero il fenomeno dello spopolamento delle aree interne è considerato rilevante da cittadini e istituzioni italiane? Nel periodo 2014-2024 la popolazione è diminuita del 5%, passando da circa 14 a 13,3 milioni (Fonte ISTAT) e nell’ultimo triennio circa 200.000 persone hanno lasciato molti piccoli comuni dell’entroterra. L’unica cosa certa è il circolo vizioso che si è venuto a creare: mobilità in uscita delle giovani generazioni, riduzione dei nuclei familiari, chiusura crescente di servizi essenziali – scuole, negozi, banche-poste e perfino chiese – e quindi investimenti ridotti in infrastrutture materiali e digitali, minori opportunità di lavoro e crescita professionale (ISTAT. La demografia delle aree interne, 2024).

Causa ed effetto si rincorrono con qualche tentativo d’intervento strutturale, come l’istituzione nel 2013 della Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI) per volontà dell’allora ministro per la Coesione Territoriale, Fabrizio Barca, (Governi Monti e Letta); con un primo stanziamento di 90 milioni di euro previsti dalla Legge di stabilità del 2014, per arrivare nel periodo 2014-2020 alla mobilitazione di 1,14 miliardi di euro. Strategia confermata e rafforzata nel nuovo ciclo di programmazione 2021-2027 con una dotazione di circa 310 milioni integrati da fondi europei e da interventi finanziati attraverso PNRR e Fondo Sviluppo e Coesione, per una stima di circa di 2,1 miliardi di euro. Se e come siano stati spesi lo vedremo nei prossimi mesi. Ma la domanda rimane: il paese è sulla strada giusta per affrontare con efficacia il problema? I dati non registrano alcuna inversione di tendenza. Quindi cosa fare?

Sviluppo economico e spopolamento

Il boom economico che il paese registrò nel decennio 1958-1968 con la relativa forte industrializzazione trasferì circa 9 milioni di persone verso i grandi poli urbani del nord Italia. Oggi siamo ancora il paese con la seconda manifattura in Europa, ma il peso economico si è spostato sui servizi (70% del PIL). Una prima grande migrazione che si è poi lentamente e progressivamente confermata, principalmente per ragioni lavorative, pur avendo il paese rallentato per quanto riguarda lo sviluppo industriale.

A più riprese sono state introdotte leve fiscali per le aree interne come la riduzione dell’IRPEF per chi trasferisce stabilmente la residenza, detrazioni maggiorate per le giovani famiglie, esenzioni o riduzioni dell’IMU per chi recupera immobili abbandonati, incentivi fiscali per professionisti e lavoratori autonomi che svolgono l’attività nelle aree interne; fino a decontribuzione per le imprese che assumono residenti nei piccoli comuni. Ma studi dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) sulle strategie contro il declino demografico delle aree rurali hanno attestato che raramente un bonus fiscale cambia una scelta di vita.

La soluzione più efficace rimane dunque quella più complessa: riportare nelle aree interne lavoro qualificato e filiere ad alto valore aggiunto – insieme a connettività digitale e servizi – valorizzando al tempo stesso il desiderio di stili di vita in armonia con ambienti naturali, offerta culturale e di intrattenimento. Gli incentivi su Borghi o aree montane (PNRR Borghi, Legge sulla montagna 2024-2025) sono da leggersi come azioni positive ma per confermarne l’efficacia è auspicabile lo sviluppo di ecosistemi produttivi da diversi punti di vista. In grado di attrarre giovani che aspirino certamente a una crescita professionale e a salari adeguati, ma non solo.

Se pare utopico parlare di un nuovo piano industriale, è certamente possibile riconnettere territori – da urbani a collinari fino a montani – con una visione di sviluppo economico e sociale oltre che ambientale; che potrebbero avere per esempio le utility, gestori di servizi di pubblica utilità, quali interlocutori di riferimento, fortemente interessati a mantenere vivi i propri territori attraverso la fornitura di energia, acqua, trasporti. Aziende pubblico/private che richiedono oggi nuove professionalità da assumere e far crescere in un dialogo continuo con imprese tecnologiche e istituti di ricerca.

Tabella 1 – Caratteristiche delle aree interne italiane

Indicatore Valore
Comuni appartenenti alle aree interne Oltre 4000
Quota del territorio nazionale Circa 60%
Quota della popolazione residente Circa 23%
Accessibilità ai servizi essenziali (scuola, sanità, mobilità) Inferiore alla media nazionale
Trend demografico negli ultimi decenni Negativo
Età media della popolazione Più elevata della media nazionale
Saldo migratorio giovanile Negativo

Fonte: ISTAT; Dipartimento per le Politiche di Coesione – Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI).

Lo spopolamento non è dovuto esclusivamente alla progressiva riduzione dei servizi essenziali, ma all’interazione con fattori demografici, economici e sociali che incidono sulla capacità dei territori di trattenere popolazione e attrarre nuove generazioni.

Tabella 2 – Principali fattori che influenzano lo spopolamento delle aree interne

Fattore Impatto sullo spopolamento
Riduzione dei servizi essenziali Alto
Carenza di lavoro qualificato Molto alto
Invecchiamento della popolazione Molto alto
Debolezza delle infrastrutture e della connettività digitale Alto
Isolamento geografico Medio-Alto
Limitate opportunità per giovani e famiglie Molto alto
Scarsa diversificazione economica Alto

Fonte: Elaborazione su dati e analisi ISTAT, SNAI, OECD (Shrinking Smartly and Sustainably), Barca, Carrosio, Tantillo.

La classificazione dell’impatto dei fattori sullo spopolamento (medio-alto, alto, molto alto) non deriva da una misurazione statistica diretta, ma sintetizza le evidenze emerse nella letteratura scientifica e istituzionale sul tema delle aree interne.

Spopolamento in Europa

Cambiamenti climatici, costi delle abitazioni nelle città sempre più alti, bisogno di maggior coesione sociale, Comunità Energetiche Rinnovabili come modelli di socialità e innovazione potrebbero giocare a favore del ripopolamento dei territori o perlomeno mettere uno stop all’emorragia; aree interne che su questi punti hanno mostrato a macchia di leopardo un certo attivismo grazie alla volontà e alle capacità progettuali di amministratori illuminati in grado di utilizzare al meglio i finanziamenti ricevuti. Ma una riflessione complessiva su una nuova organizzazione territoriale è d’obbligo se si vuole tracciare un percorso più organico, creando le condizioni per una crescita di produttività innovativa e sostenibile insieme a servizi avanzati.

Altri paesi hanno affrontato il problema in modo strutturato. La Spagna per esempio ha istituito un Ministero con competenze specifiche dedicato alla Transizione Ecologica e alla Sfida Demografica; la Scozia ha adottato l’Addressing Depopulation Action Plan per rafforzare la capacità delle Highlands, delle isole e delle aree periferiche di attrarre residenti, lavoro e servizi. La Norvegia si è invece concentrata su politiche permanenti relative al cosiddetto High North con incentivi economici, investimenti infrastrutturali, sostegno all’occupazione, servizi pubblici diffusi anche in territori scarsamente popolati. E così la Francia, che guarda alle problematiche della montagna con politiche per i grandi massicci e strumenti di cooperazione transfrontaliera, che naturalmente riguardano anche il nostro paese.

L’articolo 5 della Costituzione, scritto in un momento storico particolare, ricorda che “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.”

PUBBLICATO IL
30 Luglio 2026

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