Di Emanuele Martinelli
Diritti civili dimenticati, cessione al ricatto del più forte militarmente, risorse orientate al riarmo. Dovevamo pensare prima ai necessari investimenti in cultura, diplomazia, scambio di saperi, confronto su principi, finanza etica a supporto di piani industriali con l’uomo al centro. Ma non abbiamo creduto a sufficienza che su tutto questo potesse fondarsi il futuro dei nostri paesi e quindi dei nostri figli. Oggi siamo entrati nella logica di ergere a modello le forti leadership militari, dove pace significa abbandonare i paesi più deboli senza considerare e tutelare il desiderio delle persone, e dei più giovani in particolare, di vivere in spazi di libertà, con diritti e doveri. Occupazione degli spazi a favore di imperi militari ed economici, vince la società che vince la guerra, che ha più armi e investe solo su un’economia della guerra. Invasori e invasi sullo stesso piano, si supporta chi pensiamo possa meglio rappresentare i nostri bisogni più egoistici, anche quelli più bassi. Pace, indipendenza e libertà vengono barattati con sfere d’influenza da esercitare, e potere commerciale e finanziario da inseguire. Si cercano i nemici quando si deroga al confronto tra civiltà. Assistiamo all’umiliazione di popoli che camminano sopra le macerie sotto cui ci sono i propri cari, uccisi dalla disumanità e dal sarcasmo resi palesi da una comunicazione spregiudicata e volgare. Mascherati da democrazie praticano le dittature peggiori, quelle di cui ti accorgi quando hai le spalle al muro. Nazioni che in alcune fasi della storia hanno mostrato virtù e civiltà e che oggi sono legate dal disprezzo per ogni diritto.
Cosa fare dunque? C’è un modo per interrompere questa deriva? La sicurezza è sempre il primo punto per chi gestisce la cosa pubblica; vale per il sindaco di una città, ma deve necessariamente diventare il punto di ripartenza per l’Europa. Un solo popolo con un unico esercito per difendere anche chi vede l’Europa, fuori dal nostro continente, come un obiettivo a cui tendere. Ma non sarà sufficiente. Insieme all’investimento per integrare gli strumenti militari si dovrà investire in ricerca, per riprendere un percorso evolutivo su più ambiti; si dovrà investire in scuola, cultura e salute garantita a tutti. Riconvertirsi unicamente in industria bellica che senso avrebbe, abdicando a un’Europa avanzata, fatta d’integrazione politica, energetica, di contaminazione tra popoli che hanno fatto dell’Europa il luogo che il mondo ci riconosce. Non si tratta di spendere 800 miliardi all’anno per riarmare l’Europa; si tratta di fare il massimo sforzo anche economico per integrarci a più livelli, e non solo militare. L’alleanza dei volenterosi passa da un primo punto che riguarda la sicurezza ma contemporaneamente va sulla ricostruzione di un’Europa che guarda alle sue ricchezze non solo in termini conservativi. Solo così i 500 milioni di europei, ukraini compresi, non saranno sotto assedio militare o solo un mercato appetibile; ma costituiranno una comunità da cui ripartire per non tornare alle logiche cavernicole a cui siamo al momento destinati.
Una nuova Europa in grado di integrare le proprie risorse per sicurezza, diritti, economia e cultura diventerà paradigma di futuro anche per le nostre aree urbane e sovra urbane. Per un progetto alternativo alla logica della paura e della sola forza.