Aquanexa e le tecnologie No Dig, simbolo di sostenibilità e innovazione

green-drop

Intervista a Nicola Ruggiero, CEO Pipecare e Business Development Manager Aquanexa

Di Emanuele Martinelli

Ingegner Ruggiero, avete portato con Pipecare in Aquanexa grandi competenze in ambito No Dig. Manutenere adeguatamente le reti idriche significa oggi approcciare il tema attraverso nuovi parametri.

Per il nostro sviluppo e la collaborazione con diverse utility è stato fondamentale far crescere i principi che sottintendono alle tecnologie di No Dig, una metodologia di risanamento delle reti a basso impatto ambientale, sociale ed economico. Parliamo di sistemi avanzati che evitano scavi, riducono drasticamente i disagi per i cittadini, limitano gli sprechi. Nel nostro caso, applichiamo una tecnica di riparazione e non di risanamento strutturale delle tubazioni, un approccio con effetti ancora più contenuti, sia in termini ambientali che economici. I nostri interventi sono estremamente rapidi: siamo in grado di riparare perdite su tratti di 400-450 metri in una sola giornata di lavoro, con un’interruzione del servizio contenuta in circa 8 ore. Non generiamo scavi né rifiuti, utilizziamo materiali organici e quindi riduciamo praticamente a zero l’impatto sull’ambiente, soprattutto se confrontato con le tecniche tradizionali che implicano scavi, sostituzioni di tubazioni, gestione dei rifiuti e rischio di inquinamento.

L’entrata di Pipecare in Aquanexa ha offerto al gruppo la possibilità di nuovi servizi a tutto favore dei gestori idrici.

Devo dire che il nostro approccio è stato sempre molto apprezzato dai clienti; oggi Aquanexa, grazie alla forte complementarietà tra alcune aziende del gruppo, può partecipare a gare importanti proponendo una ricca offerta tecnologia. Nel nostro caso in particolare, il contributo portato grazie alla soluzione brevettata TARL – Trenchless Automated Leakage Repair – di cui deteniamo la licenza esclusiva per il nostro Paese ha aperto collaborazioni importanti e strutturato nuovi rapporti commerciali. Pipecare ha inoltre sviluppato nuove tecnologie legate al monitoraggio delle perdite, introducendo sensoristica avanzata.

Il mercato si sta evolvendo verso logiche di aggregazione, sia dal lato dell’offerta che coinvolge fornitori e competitor, sia dal lato della domanda, dei clienti gestori del servizio.

Pur avendo avuto in passato offerte importanti da parte di alcune grandi imprese, di Aquanexa ci ha convinto il progetto industriale che si è ben armonizzato con quello finanziario e ha dato futuro allo sviluppo complessivo dell’azienda. Aggregare realtà complementari, capaci di esprimere un volume significativo di attività, ha aperto opportunità a cui da soli non avremmo avuto accesso.

L’integrazione di figure professionali con esperienze diverse rappresenta un grande valore per l’azienda, ma spesso è frutto di un processo complesso.

Abbiamo trovato tecnici e manager che in parte già conoscevamo ma soprattutto abbiamo potuto apprezzare una struttura corporate solida, guidata da manager di grande competenza e serietà. Questo ha rafforzato la nostra fiducia e ci ha convinti a fare il passo definitivo. Oggi all’interno di Aquanexa, continuiamo a fare ciò che facevamo prima, ma con l’ambizione di evolverci anche sfruttando le sinergie del gruppo per cogliere nuove opportunità commerciali. Al tempo stesso, cerchiamo di portare ricerca e innovazione nei settori in cui abbiamo maggiore esperienza. In particolare nell’ambito No Dig, che resta ancora oggi una tecnologia unica.

Ha avuto un impatto il PNRR per la diffusione delle vostre tecnologie?

Purtroppo il No Dig non ha beneficiato delle risorse del PNRR, che ha privilegiato la sostituzione dei tubi rispetto alla riparazione; tuttavia, siamo fiduciosi che nel futuro assumerà un ruolo sempre più centrale. Il PNRR ha stanziato fondi insufficienti per un’opera massiva di sostituzione con tempi che sarebbero stati comunque troppo lunghi; al tempo stesso alcuni clienti, ora che si avvicinano alla conclusione dei progetti PNRR, ci stanno contattando proprio per accelerare il raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle perdite, in questo caso finanziati dal provvedimento. Con noi possono ottenere risultati più rapidi, su tratti più lunghi, a costi più contenuti. È proprio questo il nostro punto di forza: spendere meno e riparare di più, in tempi decisamente più brevi.

La sostenibilità economica del No Dig, prima nel settore gas e oggi nell’idrico, è avvallata dall’elaborazione di piani più strutturati e da analisi costi-benefici più consapevoli e corretti?

Se oggi guardiamo al mercato del relining – che possiamo considerare il “fratello maggiore” del No Dig e quindi un riferimento utile per valutazioni più ampie – ci accorgiamo che in Italia si tratta di una soluzione le cui potenzialità sono state espresse solo in piccola parte. Il relining, che si applica sia alla rete idrica che alla fognatura, tocca solo poche decine di chilometri trattati ogni anno. Si tratta di una percentuale bassissima rispetto al fabbisogno complessivo ed è ancora utilizzato soprattutto come soluzione a posteriori per risolvere una rottura già avvenuta o per intervenire in aree difficilmente accessibili. I servizi offerti sono molti, ma il problema principale è che i gestori non percepiscono ancora le tecnologie No Dig come soluzioni “di default”, tra le opzioni standard da valutare per la manutenzione e l’efficienza delle reti. Il vero nodo è culturale! Le tecnologie No Dig vengono considerate come soluzioni utili per interventi programmati, mentre oggi nel settore idrico si continua a ragionare prevalentemente in termini di emergenza. Si aspetta che ci sia una perdita evidente, una buca per strada, una chiamata del sindaco o la segnalazione di un cittadino rimasto senz’acqua per correre e intervenire.

Eppure programmazione e pianificazione fanno parte del bagaglio di conoscenze sia di produttori di tecnologie che di utility.

Certamente da questo punto di vista qualche passo si sta facendo. E certamente anche l’adozione di tecnologie semplici come la nostra richiedono un piano di manutenzione programmata. Il vero salto culturale sarà compiuto quando il No Dig verrà integrato strutturalmente nella gestione ordinaria delle reti, non solo come risposta a momenti emergenziali. Peraltro, quando possibile, partecipiamo attivamente alle attività di programmazione messe in atto dal gestore e con alcuni clienti abbiamo attivato accordi quadro anche pluriennali che favoriscono la relazione sull’intero ciclo di interventi. All’interno di questi accordi si selezionano di volta in volta i tratti su cui intervenire e allinearci a questo livello significa sia aver compreso il valore della tecnologia che riconoscerne i vantaggi anche in termini di programmazione.

Quali sono le barriere maggiori per l’utilizzo delle tecnologie No DIg?

C’è sicuramente un tema di conoscenza tecnica, una componente culturale, ma in parte si tratta di barriere di ordine economico, non in senso assoluto ma relativo.

Qualsiasi tecnologia No Dig ha infatti un costo più elevato rispetto a una riparazione “uno a uno” in emergenza, isolata. Ma in questo caso si parte da criteri di valutazione sbagliati, che non considerano i benefici complessivi sul lungo periodo. In più, c’è un tema legato al sistema regolatorio: le tariffe incentivano gli investimenti in Capex (spese in conto capitale), mentre gli interventi No Dig vengono spesso classificati come Opex (spese operative) e quindi non sempre valorizzati o recuperati allo stesso modo. Questo crea un disincentivo all’utilizzo anche quando la soluzione sarebbe tecnicamente ed economicamente vantaggiosa nel medio-lungo termine.

Insomma, al di là degli aspetti culturali, esiste un problema strutturale di programmazione: finché non si pianificherà in modo organico, queste tecnologie non potranno esprimere tutto il loro potenziale.

La regolazione non entra nel merito delle tecniche utilizzate, che siano No Dig o tradizionali, non dice se una tecnica è eleggibile o meno per il riconoscimento in tariffa. Valuta il progetto nel suo complesso. E se il progetto è strutturato e coerente, può benissimo includere interventi No Dig come i nostri, senza problemi.

Il punto è che ogni progetto è figlio di una programmazione; quando invece si opera in emergenza, in modo non strutturato, diventa più difficile anche affidarsi alla regolazione.

Quando parlo di cambio culturale, intendo esattamente questo: bisogna iniziare a inserire le tecnologie No Dig, nostre o di altri, all’interno di piani annuali o pluriennali di risanamento, che siano riferiti a una zona, a un’area o a un distretto della rete. Se parte di un piano strutturato la regolazione diventa un’alleata dei processi innovativi, perché non valuta la tecnica in sé ma l’efficacia dell’intervento nel raggiungere determinati obiettivi.

Per reperire risorse finanziare il più delle volte servono i progetti; voi siete in grado di supportare i gestori da questo punto di vista?

Certamente, non solo con la tecnologia ma anche con una visione integrata degli obiettivi. Possiamo portare all’attenzione dei clienti progetti di riqualificazione realizzati su interi distretti, con obiettivi per esempio di riduzione delle perdite, da perseguire secondo accordi “chiavi in mano”.

Partiamo dalle analisi, da misure in campo, rilievi, mappature, test, fino a una revisione completa del modello idraulico; per capire per esempio quale sia la minima notturna teorica attesa per quel distretto e confrontarla con quella effettivamente misurata. Con il cliente ci diamo un target realistico, non il valore teorico assoluto, che richiederebbe tempi e risorse infinite, ma una soglia di riduzione minima del 50%, coerente con il budget disponibile; in alcuni casi siamo arrivati al 70% rispetto al dato iniziale, convincendo il cliente a considerare la possibilità di replicare l’approccio su altri tre distretti.

Si tratta di una tecnologia matura ma con margini di miglioramento in termini d’innovazione tecnologica?

Parlando della parte di monitoraggio e risanamento, riferendomi soprattutto alla nostra tecnologia, considerati i volumi ancora contenuti gestiamo oggi una parte del processo di implementazione in modo manuale. Certo, con volumi maggiori potremmo sviluppare automazioni che velocizzino l’esecuzione in campo e riducano il rischio di errori di processo. Ed è proprio qui che entra in gioco la sinergia con altre  parti del gruppo, che si concretizza nella possibilità di offrire una gestione chiavi in mano del distretto, dall’analisi iniziale fino all’esecuzione degli interventi.

Inoltre, grazie a circa 8 anni di dati reali raccolti grazie agli interventi effettuati in campo, analizziamo le informazioni relative per creare modelli e identificare correlazioni e relazioni a più livelli.

L’intelligenza artificiale può giocare un ruolo importante in questo contesto: da un lato aiutandoci a migliorare i processi e le tecniche; dall’altro supportandoci nella previsione degli scenari di intervento futuri.

Questo è particolarmente rilevante perché, a differenza delle tecniche di relining, che lavorano su tubazioni conosciute nel dettaglio, ispezionate, sezionate e analizzate, la nostra tecnologia opera senza informazioni preventive sulla tubazione stessa.

In pratica, sappiamo solo il punto di ingresso e quello di uscita, ma non conosciamo nulla di ciò che sta nel mezzo: se la tubazione è ostruita, sporca, presenta fori, oppure quanti allacci ci sono lungo il percorso. Spesso, anche le informazioni fornite dai clienti sono incomplete o imprecise, per questo motivo è fondamentale migliorare la capacità predittiva.

Preservare dei beni, come reti e strade, ha un senso a prescindere.

Sì, ed è proprio uno dei motivi per cui le tecniche No Dig sono generalmente molto apprezzate: tutelano l’ambiente urbano e riducono al minimo l’impatto sociale.

Per fare un esempio concreto, in un giorno riusciamo a intervenire su circa 400 metri di tubazione; in via Catania a Roma abbiamo risanato circa 630 metri in due giorni, con sole due interruzioni di servizio di otto ore ciascuna. Stiamo parlando di una delle arterie principali che partono dalla stazione Tiburtina. In quell’occasione abbiamo azzerato perdite di qualche decina di litri al secondo, con grande rapidità d’intervento su una tubazione in fibrocemento posata al centro della carreggiata in un tunnel sottoservizi allagato; se avessimo dovuto sostituire quella tubazione per 600 metri, avremmo dovuto affrontare un iter autorizzativo di qualche anno, proprio a causa della natura del fibrocemento stesso, difficile da trattare. Inoltre, gli scavi avrebbero occupato un fronte di lavoro di circa 20 metri al giorno, creando un enorme disagio.

I trend legati all’innovazione aprono prospettive sempre più interessanti per il settore idrico, che però sconta un’eccessiva frammentazione.

L’approccio integrato che abbiamo scelto di adottare non solo valorizza le singole tecnologie, ma permette di rispondere in modo più efficace alle esigenze complesse di manutenzione e risanamento delle reti urbane. In questo contesto l’ingegneria è fondamentale: l’analisi, lo studio e la conoscenza degli asset sono alla base di qualsiasi soluzione efficace. Noi cerchiamo di offrire una consulenza il più possibile oggettiva e asettica, ma sempre più funziona l’approccio basato sul dialogo con il cliente.

La differenza la fa sempre la capacità progettuale, che è strettamente legata alla disponibilità di risorse competenti e alla capacità di attrarre finanziamenti o ad accedere a fondi comunitari. L’ eccessiva frammentazione delle utility non aiuta, per questo il concetto stesso di aggregazione sarà il cuore dello sviluppo sia di fornitori che di clienti. Anche la dimensione regionale, che pur sarebbe un primo passo, dal mio punto di vista risulta oggi limitativa rispetto al livello di investimenti richiesti e alla complessità con cui le reti si stanno evolvendo.

State guardando oltre il nostro Paese?

Le competenze che abbiamo sviluppato sono altamente spendibili anche all’estero e non solo in Europa; per esperienze passate e propensione personale mi auguro che il Gruppo si apra presto al contesto internazionale anche se siamo in fase di forte consolidamento in Italia. Generare un business continuativo e di valore è la vera sfida; per far questo servono organizzazioni locali, presenza sul territorio e dimostrazione di credibilità. Un percorso iniziato con grande maturità e consapevolezza in Italia e che pensiamo di poter estendere ad altri Paesi.

PUBBLICATO IL
24 Novembre 2025

Condividi:

media correlati