Più certezze per l’imprenditoria. Intervista a Richard Morabito, Studio Tonucci&Partners

Convivere con il Covid-19: più certezze all’imprenditoria italiana

Ripartire quando il virus ancora presente significa da un lato essere pronti da un punto di vista sanitario e dall’altro garantire le giuste risorse all’industria. Tuttavia, se pur in un contesto in evoluzione, i provvedimenti governativi sembrano ancora avere un impatto di natura puramente emergenziale. Ne abbiamo parlato con Richard Morabito, avvocato dello Studio Tonucci & Partners

 di Martina Ginasi

 

Quali sono le strade che uno studio professionale come il vostro sta percorrendo in questo momento delicato per rispondere alle necessità, alle esigenze e ai bisogni espressi dalle utility e dalle pubbliche amministrazioni?

Il nostro Studio si sta attrezzando per poter supportare il mondo delle utility ma anche i produttori e gli stessi consumatori di energia, comprese le aziende. In particolar modo il focus è sulle PMI, che ora più che mai necessitano di una guida per districarsi in un nuovo mondo dove ogni regola è stata sovvertita. L’aspetto principale su cui ci stiamo concentrando è quello che deriva dalla necessità di non far sentire abbandonato il cliente tenendolo informato e costantemente aggiornato su ciò che accade anche a livello normativo. Non manca tuttavia anche un’analisi rispetto all’ambito smart city, in particolare in questo periodo ci si chiede in che modo le città possano convivere con il Covid-19. Non dimentichiamo che quello di smart city è un concetto trasversale e coinvolge molti degli ambiti della filiera che possono essere interessati a vario titolo, dall’illuminazione urbana alla stazione di ricarica, al trasporto. Siamo ancora in una fase embrionale rispetto all’idea di smart city. Il tema smart più diffuso e con cui fino a qualche mese fa avevamo quotidianamente a che fare riguardava sistemi di car sharing, recentemente interessati da una forte penetrazione sul territorio urbano. Rispetto a questo tema occorre ora chiedersi quanto effettivamente il Covid-19 possa aver impattato ad esempio rispetto a una città come Milano dove il concetto di mobilità intelligente stava sempre sviluppandosi in modo significativo? Oggi sappiamo che il Coronavirus colpisce soprattutto in ambienti chiusi, dove non viene rispettato il distanziamento. Accedere a un veicolo il cui precedente utilizzatore potrebbe essere stato portatore del virus temo possa rappresentare un elemento di forte frenata in un settore che rappresentava uno dei maggiori avamposti rispetto al concetto di smart city. A corollario di quanto appena sottolineato occorre chiedersi quanto il crollo del prezzo del petrolio potrà incidere sullo sviluppo delle pratiche smart con ripercussioni negative sul cammino virtuoso intrapreso verso la decarbonizzazione.

Coloro che si sono avvicinati e appassionati a questo settore devono, anche nell’attuale situazione di costo petrolifero oggettivamente molto conveniente, trovare una chiave di lettura avvincente altrimenti Il rischio è quello di ritardare ancora di alcuni anni quel processo iniziato in maniera virtuosa nelle città, Milano in testa, in cui si stava cominciando a diffondere un tipo di trasporto alternativo. Meno male che, in contro tendenza, si sta diffondendo molto velocemente il ricorso a monopattini e biciclette elettriche e l’implementazione, per lo meno qui a Roma di nuove piste ciclabili parallele al percorso dei bus.

 

Hai portato sempre un grande contributo nel rapporto tra regolazione e finanza, parlandoci per primo forse degli Idrobond. Questo cataclisma può cambiare o accelerare davvero l’utilizzo di altre metodologie e strumenti finanziari oppure è presto per dirlo?

In questi ultimi anni la finanza ha sviluppato un interesse crescente per i settori della sostenibilità ambientale, lo sviluppo delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica. Del resto, trattandosi di tematiche “etiche” (i.e la salvaguardia e la conservazione del pianeta), riscuotevano particolare successo sul mercato. Abbiamo quindi assistito ad un proliferare di strumenti finanziari, dai bond fino al più recente sviluppo, ancorché di nicchia, del crowdfunding. Insomma tutto quello che si prefigurava in un’accezione “Green” era ben accetto. Oggi è presto per poter dire quale sarà in futuro lo strumento maggiormente utilizzato. Ciò che tuttavia va scongiurato è il rischio che con la crisi del settore petrolifero, il mercato possa fare, pragmaticamente, un passo indietro, privilegiando investimenti in settori un po’ meno “verdi” ma maggiormente remunerativi e con tecnologie più mature. In questo senso i passi della Unione Europea sono incoraggianti e mi riferisco in particolare al Next Generation Plan, laddove prevede espressamente, inter alia, il potenziamento di ben 40 miliardi di Euro del cosiddetto “Just Transition Mechanism”, mettendo a disposizione dell’Italia risorse per più di 2 miliardi da destinare alla salvaguardia del cambiamento climatico, nonché la direttiva “RED 2” che si accinge a diventare vera e propria pietra angolare nel settore delle rinnovabili.

 

A fronte del momento complesso, il vostro studio dà anche un supporto alle imprese da questo punto di vista?

Dato l’attuale momento stiamo tutti vivendo una fase di studio, nel senso che non vi sono risposte certe. Al di là delle aziende municipalizzate, delle multiutility e di quelle realtà che vantano forti disponibilità di cassa, che potrebbero a loro volta essere dei players importanti e assumere delle posizioni da leader nello sviluppo, in questo momento è sicuro che le imprese, qualunque esse siano, piccole e medie, aziende che operano nel settore delle rinnovabili in particolare, piuttosto che della smart city e dell’industria accessoria, oggi per prima cosa chiedono la capacità di accedere alla finanza. Un aiuto che stiamo studiando anche all’interno del nostro studio al fine di poter offrire una valida assistenza anche in questa complicata fase.

 

Probabilmente la politica industriale è stata più curata dal regolatore che da chi di dovere.

Si. Devo dire che il regolatore, mi riferisco in particolar modo ad Arera, ha sempre avuto una funzione di stimolo. Spesso ha fatto da precursore e ha dato input a riforme nodali per la sostenibilità del sistema (pensiamo solamente alla riforma del metodo tariffario nel settore idrico), che per come sono state costruite hanno superato il vaglio di più gradi di giudizi amministrativi.

 

Quindi cosa chiedere oggi al regolatore?

Di continuare la sua funzione di garante dell’imparzialità del sistema e, allo stesso tempo, attento osservatore delle dinamiche economiche correlate al comparto dell’ambiente in senso lato.

 

Un regolatore che peraltro a volte sembra svolgere anche il ruolo di associazione a tutela dei consumatori. Vorrebbe esserlo o pensa di esserlo?

Non pensa di esserlo ma in molti casi il regolatore interviene anche prima di quanto non facciano gli altri soggetti che avrebbero competenza istituzionale. Pensiamo alla proposta, poi tramutata in legge, di sospendere i distacchi idrici per morosità nel periodo del Covid, nei confronti dei consumatori privati e/o l’azzeramento degli oneri di sistema per le aziende.  Del resto, in questa epoca di pandemia, sono proprio i consumatori l’anello più debole che deve essere concretamente aiutato.

 

Sei stato tra i primi a capire il senso e la portata di quello che sarebbe stata la regolazione nel settore idrico, ora stai approcciando anche quello ambientale, com’è la situazione in questo campo?

Mi sto avvicinando al settore ma per quanto riguarda aspetti diversi dalla regolazione quotidiana, tariffaria per intenderci. Mi sto occupando di ambiente, ma in un’ottica di internazionalizzazione.

Il settore delle bonifiche ambientali anche in Italia è molto delicato e ogni anno veniamo sanzionati. Tuttavia vi sono Paesi che guardano con interesse al nostro know-how e hanno capacità di permettersi, non solo da un punto di vista economico, la realizzazione di processi di bonifica che spesso da noi si ha difficoltà a compiere. Sono proprio le imprese italiane che si spostano all’estero, sia nel settore delle bonifiche che più in generale quello ambientale. In particolare stiamo assistendo, per gli aspetti contrattualistici internazionali, alcune imprese italiane di riconosciuto valore tecnologico in un progetto che riguarda lo sviluppo energetico e ambientale di una cittadina Araba. L’elemento che mi ha davvero sorpreso è stato che nella realizzazione del layout generale il primo intervento a cui si è pensato è stato il trattamento dei rifiuti e delle acque ed è stato progettato tenendo in considerazione la migliore tecnologia oggi esistente. Credo che occorra riflettere anche nel nostro paese, che l’investimento in infrastrutture finalizzato alla tutela ambientale debba essere considerato preliminare a qualsiasi nuova realizzazione edilizia. Tanto più che abbiamo imprese che rappresentano l’eccellenza tecnologica in questo campo, che sono apprezzate in tutto il mondo.

 

È un’altra delle nostre enormi contraddizioni. Mi sembra di capire però che tu veda un contesto in movimento, in evoluzione per quanto riguarda queste tematiche. Negli ultimi provvedimenti emanati dal Governo c’è in embrione un senso di futuro o solo un tentare di risolvere un’emergenza?

I provvedimenti governativi sembrano ancora avere un impatto di natura puramente emergenziale ma non anche una vera politica industriale di sostegno e rilancio delle imprese. Il cosiddetto “Decreto Liquidità”, offre un aiuto ma mostra anche enormi difficoltà tipiche anch’esse della contraddizione italiana. Redigiamo leggi sulla carta bellissime, ma che richiedono di copiosi decreti attuativi per poter funzionare. La cosiddetta “soft law”. Dal momento che sono molti i soggetti istituzionali coinvolti nella definizione dei decreti, il rischio (o meglio la certezza) è che per poter dare concreta attuazione ai decreti passino molti mesi (talvolta anni), acuendo così la situazione emergenziale per le medie e piccole imprese. Per non parlare delle lungaggini in cui si sono venute a trovare le imprese che hanno fatto richiesta di prestiti con garanzie statali inferiori al 100%.

Del resto, così come evidenziato da molti osservatori, la sensazione è che delegare alle banche (che ricordiamolo sono imprese con finalità di lucro) l’erogazione del credito sulla base dei parametri tipici del mercato bancario (ancorché con garanzie dello stato al 90%), abbia comportato l’estromissione dal mercato del credito/liquidità di tutte quelle aziende che non erano/sono in grado di soddisfare a pieno gli stretti requisiti per l’accesso al credito, premiando di fatto le sole imprese più forti e non necessariamente quelle economicamente più sostenibili, sebbene in un contesto di forte depressione economica.  Questa scelta se non supportata da concrete politiche industriali, rischia quindi di determinare la chiusura e/o non riapertura di una molteplicità d’imprese con la conseguente contrazione del Pil rispetto alle già non rosee previsioni. Non le nascondo che questo scenario mi preoccupa molto.

 

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