Città Metropolitana di Milano. Digitalizzazione delle infrastrutture per un’evoluzione dei servizi

Città Metropolitana di Milano. Digitalizzazione delle infrastrutture per un’evoluzione dei servizi

Intervista a Maria Cristina Pinoschi, Direttore Infrastrutture Città Metropolitana di Milano

Di Emanuele Martinelli

 

Dottoressa Pinoschi, dopo il settore Ambiente ora dirige l’Area Infrastrutture di un’istituzione complessa come Città Metropolitana di Milano. Possiamo entrare nei processi d’innovazione portati all’attenzione sia degli organismi interni che della cittadinanza?

Ho cercato in primis di ridare un ordine all’organizzazione di un settore decisamente complicato e disomogeneo, se non in molti casi frammentato. I tempi d’intervento sulle infrastrutture sono generalmente lunghi e questo causa spesso un avvicendamento del personale preposto che complica ulteriormente la gestione; ma al di là di questo aspetto, che comunque ha un peso, credo che l’elemento più invalidante sia la mancata abitudine, per un fatto culturale, di tracciare ciò che viene fatto. Il fatto che un progetto spesso ricominci da zero, con una reimpostazione del lavoro a fronte del cambio di un dirigente, dà ai cittadini un’idea di improvvisazione e mancanza di responsabilità da parte delle istituzioni nel condurre a termine un’opera. Questa gestione è tipica della Pubblica Amministrazione ma ovviamente nell’area infrastrutture è più evidente dato che si tratta della realizzazione o della riqualificazione di beni molto vicini alla vita dei cittadini.

Il problema è stato dunque affrontato con una visione che ha portato all’utilizzo di nuove tecnologie, in grado di dare maggior trasparenza al processo di lavoro; un approccio che si è scontrato non tanto con le competenze delle persone che fisicamente operano sui diversi progetti, ma soprattutto con l’area ingegneristica, che per mentalità privilegia metodi consolidati per affrontare una serie di problemi, rivelatesi non sempre così efficaci. Mentre ogni ambito necessita delle tecnicalità e quindi delle tecnologie più idonee alla risoluzione delle relative criticità; la sommatoria di una serie di fattori specifici e dinamiche di co-progettazione avanzata hanno portato alla conclusione di diverse opere che molto probabilmente si sarebbero arenate.

 

I cambiamenti, soprattutto se culturali, necessitano di tempi lunghi spesso poco congrui con gli obiettivi concreti che un’amministrazione deve perseguire.

Crediamo di vivere in un mondo dove le infrastrutture sono concluse, in realtà quasi nessuna lo è; molte opere che riapriamo alla città hanno bisogno di continui collaudi e si deve procedere neutralizzando le problematiche attraverso la piena responsabilità da parte delle istituzioni che l’opera sia stata realmente portata a termine a regola d’arte. In passato ci siamo accorti della mancanza di adeguati controlli solo a fronte di un avvenimento calamitoso, di un incidente. Non può esser così, ci sono norme precise che indicano come procedere anche se, ripeto, i tempi eccessivamente dilatati dell’esecuzione di un’opera pubblica hanno fatto si che spesso si siano saltati passaggi fondamentali. Per dare un esempio concreto di un cambio di rotta, ma pure per una specifica necessità, abbiamo dunque deciso di agire come primo elemento sui ponti. La scelta di operare su questa infrastruttura è dovuta anche al suo significato semantico; il ponte è simbolo di collegamento, unisce luoghi ed è al tempo stesso l’elemento ideale per fornire strumenti di comprensione di un manufatto.

Il progetto, denominato Metroponte, parte dalla definizione di cosa sia un ponte: tutti i manufatti superiori ai 3 metri sotto ai quali non vi è nulla. I ponti presenti sul suolo metropolitano sono 518, tutti geolocalizzati, quindi sappiamo esattamente dove sono collocati geograficamente.

Il fatto di conoscerne la posizione ha determinato un primo cambiamento; geolocalizzare un’infrastruttura è infatti diverso dal misurarla, in quanto la prima considera le specifiche caratteristiche della Terra tonda, mentre la seconda, la misurazione, considera il chilometro amministrativo, quindi fondamentalmente una Terra piatta. Una volta ottenuti, i dati sono stati inseriti su una mappa che permette di localizzare il manufatto e le sue caratteristiche.

Il secondo passo compiuto è stato adottare linee guide, quelle definite dal Ministero, che ha individuato 4 step per la conoscenza delle infrastrutture stesse: il livello zero indica dove si trova l’opera, il livello uno le caratteristiche strutturali, i livelli due, tre e quattro gli interventi, dai meno significativi ai più robusti. A questo punto ci siamo dotati di un sistema informatico che permette di canalizzare le informazioni ottenute; quindi entro un anno sarà possibile avere una panoramica del livello zero e uno di tutti i ponti di Città Metropolitana.

Sempre sul tema, attraverso la collaborazione con Planetek Italia, abbiamo provveduto alla scansione di tutti i ponti, che viene compiuta almeno tre volte all’anno, attraverso l’utilizzo di satelliti. Quest’azione permette di conoscerne le oscillazioni; una volta ottenuti, i dati vengono inseriti in un software monitorato da ingegneri specializzati che valutano il tipo di oscillazione, con la costruzione di un database che tiene traccia dello stato dell’infrastruttura nell’arco degli anni. L’obiettivo è superare la logica di intervenire solo su ciò che è rotto o si sta per rompere, ma poter pianificazione correttamente gli interventi secondo logiche predittive.

 

In effetti senza dati, informazioni e conoscenza non è possibile alcun intervento manutentivo se non a spot.

Esattamente. Il mio intento è di mettere nelle condizioni i diversi livelli, tecnici e manageriali, e chi mi succederà, dello stato delle infrastrutture. Siamo partiti dai ponti ma andremo avanti con altri asset, secondo un progetto a lungo termine.

Altro elemento fondamentale dell’attività intrapresa con la mia direzione, la decisione di gestire all’interno il servizio di manutenzione stradale in quanto ritenuto strategico; abbiamo dunque dotato tutti i cantonieri di un “acceleratore”, ossia un programma installato sui tablet dei nostri addetti che percorrendo le vie verifica lo stato del manto stradale. Le buche vengono rilevate e i dati relativi convogliati in un software (integrato a tutti gli altri) in grado di darci le condizioni reali delle nostre strade. Anche in questo caso l’obiettivo è di avere una conoscenza, attraverso strumenti satellitari, della situazione al fine di pianificare adeguatamente i lavori di manutenzione stradale. Ma anche in questo caso c’è una visione che attinge da analisi sociologiche: l’obiettivo è di superare il concetto di intervento emergenziale e agire secondo elementi predittivi. L’impatto sui flussi di auto e persone verrebbe così valutato adeguatamente, pianificando azioni per diminuire disagi e pericoli; con una percezione da parte dei cittadini di miglior fiducia nei confronti delle istituzioni grazie a servizi di miglior qualità.

Dobbiamo peraltro rilevare che se la piattaforma informatica funziona al tempo stesso il dipendente pubblico dovrà sviluppare maggiori competenze per una gestione diretta ed evoluta delle imprese fornitrici, da cui a volte si è troppo dipendenti. In questi processi devono prevalere criteri di buon senso che purtroppo non si devono dare mai per scontati.

 

Il processo di digitalizzazione che avete implementato in questi anni rappresenta la colonna vertebrale su cui costruire una serie di nuovi servizi multidisciplinari.

La fibra oggi c’è, anche nelle scuole; il problema è cosa si fa passare, quali dati e documenti, per far crescere servizi innovativi. La creazione di autostrade telematiche deve servire da acceleratore per affrontare processi complessi, con una semplificazione nei linguaggi in grado di generare ragionamenti, nuove idee. Oggi stiamo ancora procedendo con l’attività di connessione, ma il problema sarà capire quali dati realmente servono, da trasformare in informazioni. Una selezione che presuppone il fatto di aver chiari gli obiettivi.

 

Siamo comunque di fronte ad un salto di qualità per quanto concerne la capacità strategica e operativa delle amministrazioni pubbliche in generale?

Questo lo si vedrà dopo il Covid-19. L’impatto del virus è stato pesante anche se alcuni ambiti, come quello dell’edilizia pubblica, non si sono mai fermati. Di sicuro la mentalità della gente è cambiata, c’è una maggior voglia di stare all’aperto, siamo di fronte a una società in fase di forte trasformazione anche se non sappiamo ancora verso quale direzione. Non siamo a conoscenza di quello che avverrà sui territori ma credo sia aumentata la consapevolezza in merito alla necessità di unirsi in rete, e questo lo noto anche dalle numerose richieste di collaborazione.

 

Il suo mandato scadrà tra un paio d’anni. Possiamo accennare in chiusura ad alcuni obiettivi che si è data?

Oltre a rendere maturo il progetto Metroponte, mi sto occupando della costruzione dell’edificio destinato a ospitare i nuovi uffici per il personale di Città Metropolitana preposto alla gestione del Parco Idroscalo; costruzione che contribuirà alla valorizzazione di questo importante sito.

Sto inoltre seguendo la Protezione Civile e la Polizia Locale in modo trasversale, coordinato, con un’idea più ampia di sicurezza, in grado dunque di intervenire in maniera integrata su sicurezza stradale, impianti e manutenzione. Citerei infine il progetto scuole, la cui riqualificazione, partita con un piano importante di digitalizzazione con banda ultra-larga, è tuttora in corso su più livelli.

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