Rivoluzione tecnologia possibile. Intervista a Massimo Pagani, Ekogrid

La rivoluzione tecnologica è possibile: messaggio chiaro dal post Covid19

Massimo Pagani, Amministratore delegato di Ekogrid, ci coinvolge in una riflessione su come questo momento di crisi stia rivoluzionando le nostre abitudini, anche a livello di consapevolezza personale

di Martina Ginasi e Mauro Bozzola

 

La criticità di un momento unico nella storia, come questo, caratterizzato da persone costrette in casa e imprese ferme, mette nuovamente al centro il legame tra individuo e tecnologia. Aver digitalizzato parte del paese fa capire come, dove si è intervenuto, si riesca a sopperire alle mancanze dettate da questa contingenza, in contrapposizione alle zone invece in cui questa innovazione non è pervenuta.

Abbiamo tutti una percezione di grande accelerazione nel progresso dell’innovazione tecnologica, specialmente nei settori dell’information tecnnology e dell’automazione. Allo stesso modo siamo portati a pensare che la disponibilità di nuove tecnologie abilitanti e soluzioni tecnologiche si traduca con certezza nella loro immediata adozione da parte del mercato. Si pensi per esempio a quanto rapidamente lo smart-phone si sia imposto nella vita quotidiana di noi tutti.

Una riflessione più attenta ci mostra però una situazione molto diversa. Esiste sempre una naturale resistenza all’adozione di una nuova tecnologia; è l’inerzia cognitiva causata dalla necessità di modificare i comportamenti e di apprendere le  competenze necessarie alla sua fruizione. L’impiego di nuovi apparati e processi tecnologici richiede un adeguato sforzo culturale ed è per questo che la cultura è sempre in ritardo rispetto alla tecnica. Se ne accorse, fra i primi, il sociologo americano William Ogburn quasi cent’anni fa.

Una nuova tecnologia si diffonde quindi solo quando il suo valore, ovvero l’insieme dei benefici percepiti, è superiore al costo economico e culturale da sostenere.

Questo periodo di lock-down ce lo conferma con chiarezza: per esempio i software applicativi di video conferenza esistono, costano poco e funzionano bene da più di vent’anni, ma molte imprese italiane, specialmente piccole e medie ne hanno sempre fatto a meno volentieri. Negli ultimi tre mesi, però, abbiamo assistito ad un processo di aggiornamento dei software rapido e tumultuoso.  Chi era rimasto indietro ha dovuto colmare la propria arretratezza digitale per non essere tagliato fuori. La situazione di crisi ci ha costretto a fare un passo in avanti.

Il digital divide che contrappone la disponibilità di infrastrutture digitali innovative nei grandi centri urbani al ritardo tecnologico delle aree rurali non è quindi un fatto solo puramente tecnico, ma anche culturale.

 

Le nuove tecnologie diventano quindi un tema primario, intravede la possibilità di fare un salto a livello culturale, spinti dalle criticità attuali?

Il discorso è molto ampio e vorrei affrontarlo a partire da un tema che mi sta molto a cuore: la sostenibilità ambientale. In questi mesi, per fare un esempio, la qualità dell’aria a Milano, dove abito, è migliorata in modo incredibile. Aria pulita e profumata: una sensazione meravigliosa. E poi abbiamo tutti in mente le immagini dei delfini che giocano nel porto di Ancona e dei fenicotteri che passeggiano per Cagliari.

Ci troviamo agli albori di una lunga transizione verso la green economy, ma in questi mesi abbiamo fatto un inatteso e involontario salto nel futuro, abbiamo avuto un’anticipazione di come potrà essere il mondo al termine del processo di decarbonizzazione.

Certo, questo evento straordinario è un effetto collaterale della repentina sospensione di mobilità e attività produttive, una condizione economicamente inaccettabile. Tuttavia osservare l’entità di questi risultati dopo solo due mesi, ci mostra dal vero che i nostri obiettivi di sostenibilità ambientale sono raggiungibili. 

Il periodo di blocco può diventare quindi un’occasione preziosa per accelerare la transizione verso la green economy, che è soprattutto una rivoluzione culturale, a partire dai processi di digitalizzazione e dematerializzazione industriale che abbiamo dovuto implementare in questi mesi.

  

In quale settore si è avuta un’accelerazione nella percezione di una sempre maggiore importanza della gestione e dell’utilizzo dei dati?

Senza dubbio nel comparto manifatturiero. Anche la piccola e media impresa inizia ad accorgersi che macchine e sistemi produttivi sono in grado di produrre una enorme quantità di dati, la cui analisi può rivelare distorsioni, inefficienze, errori, possibilità di miglioramento del tutto inattese. Per esempio capita spesso che la sola analisi dei consumi porti ad una aumento di efficienza anche del 30%·

 

Tenendo presenti questi aspetti, quanto sta cambiando il tema dei costi/benefici rispetto a quelle che sono le introduzioni dell’innovazione all’interno delle aziende?

La mia percezione è quella di un processo piuttosto graduale. Negli ultimi tre anni ho avvertito una accelerazione nella consapevolezza di manager e imprenditori sui temi dell’efficienza energetica e sull’interconnessione dei processi industriali. Credo che il piano Industria 4.0 abbia contribuito a questa accelerazione.

Ma questo periodo di crisi potrebbe dischiudere opportunità inattese. Spesso si associa il concetto di crisi a quello di resilienza, che nel linguaggio comune indica la capacità di cogliere opportunità e benefici in seguito ad un evento catastrofico e di ripartire più forti di prima. È una stupenda virtù, che richiede grande forza d’animo e capacità creativa, ma che si può mettere in atto solo dopo che la crisi è arrivata. Non tutti sono in grado.

Un’alternativa è quella di affidarsi al concetto di robustezza, che consiste nel dotarsi preventivamente di strumenti e processi che ci aiutino a sopportare un evento avverso e inatteso.

In Ekogrid, per esempio, proponiamo soluzioni orientate alla robustezza, che includono ridondanza, sicurezza informatica, sistemi attivi di anti-intrusione e molto altro.

Vogliamo aiutare le imprese ad implementare tecnologie e processi che agevolino la gestione remota dei processi produttivi ed estendere il concetto di smart-working dall’ufficio all’officina, così da essere in grado di produrre anche durante i periodi di lock-down che potrebbero eventualmente presentarsi in futuro. Sistemi di produzione interconnessi con una gestione integrata di materiali, informazioni ed energia. Rinnovabile, naturalmente.

 

Il settore delle rinnovabili rappresenta ancora una sorta di frontiera in evoluzione per voi o avete deciso di privilegiare altri ambiti?

Le energie rinnovabili rappresentano per noi un settore fondamentale, in cui crediamo fortemente. In tutto il mondo è in corso una radicale trasformazione nella produzione dell’energia, che sta evolvendo da poche grandi centrali termoelettriche o nucleari, ad un elevatissimo numero di piccoli produttori locali distribuiti sul territorio. Sono tetti fotovoltaici, co-generatori, convertitori micro-eolici, e altre fonti rinnovabili.

Già da quest’anno prevediamo lo sviluppo di importanti novità legate all’affermarsi delle comunità energetiche, delle UVAM (aggregazioni di produttori e consumatori che mettono a disposizione una quota di flessibilità per consentire il bilanciamento della rete elettrica) e del prosuming, ovvero la possibilità anche per il privato cittadino di operare contemporaneamente come consumatore e produttore (e quindi venditore) di energia elettrica.

Per gestire questa crescente complessità in sicurezza e trasparenza sono indispensabili piattaforme software come la nostra ed Ekogrid è impegnata in prima linea per sostenere ed agevolare questo processo con un lavoro incessante di innovazione tecnologica.

 

Riguardo quest’ultimo tema, gli incentivi europei spesso invece che aiutare complicano le situazioni; l’Europa è per voi un ambito interessante?

Ho lavorato come ricercatore al CNR per sette anni, operando su progetti sia nazionali che europei e la ricerca scientifica è un tema che mi sta molto a cuore. In Italia abbiamo punte di eccellenza scientifica e tecnologica, ma facciamo grande fatica a coordinare reti miste di imprese e università, perché gli obiettivi, le modalità operative, gli orizzonti e persino il linguaggio sono molto diversi. Questo è spesso un grande ostacolo per accedere ai programmi di ricerca europei, che sono una risorsa molto utile per sostenere la competitività delle imprese nel lungo periodo.

L’industria deve avere il coraggio e la lungimiranza di anticipare i tempi e investire in ricerca e sviluppo con un orizzonte di medio periodo, guardando alle conoscenze che si generano in Università. Quest’ultima deve a sua volta imparare a dare un indirizzo più focalizzato alle proprie attività, ascoltando l’industria, che ha il polso del mercato. Su questo terreno c’è molto spazio per migliorare ed è una riflessione che tutte le imprese, noi compresi, dovrebbero fare.

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