La crisi ci ha fatto uscire dagli schemi. Cambiare regole e logiche. Intervista ad Emanuel Ingrao, Ceo Shifton

La crisi ci ha fatto uscire dagli schemi, cambiare regole e logiche di spazi e servizi

L’elemento umano, con molta probabilità, prenderà molto più spazio all’interno della città. Diventerà dunque fondamentale, come ci spiega Emanuel Ingrao, Ceo Shifton, introdurre nuove forme di servizi e capire come mantenere le relazioni e l’empatia nonostante la distanza fisica e l’affermarsi nell’utilizzo di una serie di strumenti digitali

di Mauro Bozzola

 

L’innovazione intesa come idee e ribaltamento di paradigmi può, in un momento come questo, diventare il motore per cambiare realmente il modo di vivere la città?

Ci sono aspetti, direi non totalmente nuovi, che nella particolare esperienza di questi mesi si sono senz’altro acutizzati e amplificati portando all’estremo molti processi. La comunità probabilmente subirà un cambiamento nel modo di vivere l’arte, la cultura, la musica ma anche la socialità in senso generale. La società in questo momento deve attenersi a delle regole guida ma se guardiamo in prospettiva è lecito pensare che l’elemento umano prenderà molto più spazio all’interno della città e diventerà così fondamentale introdurre nuove forme di servizi. Si pone sicuramente anche il tema di come mantenere le relazioni, l’empatia, nonostante la distanza fisica sociale e il fatto che probabilmente continueranno a dominare una serie di strumenti digitali. La sfida a mio avviso riguarda anche la capacità di realizzare strumenti che possano favorire questi aspetti relazionali e molte differenze potranno riscontrarsi tra chi, in ogni attività semplicemente si adeguerà ai protocolli, qualunque essi siano, e chi invece coglierà questa occasione per ideare qualcosa di nuovo e – nonostante le distanze fisiche e il dominare degli strumenti digitali – si preoccuperà di progettare le proprie relazioni, mantenendo ingaggiati i propri stakeholder. Se ci focalizzassimo sui settori messi maggiormente alla prova, come Rsa e sistemi ospedalieri, troveremmo poi ancora più interessante capire come ripensare gli spazi all’interno di questi mondi. Con buona probabilità saranno rivisti anche i protocolli che disciplinano l’isolamento e in tal senso occorrerà stare attenti che ciò non si trasformi in esclusione o discriminazione, un tema questo non irrilevante. Insomma c’è un grande lavoro di pensiero e creatività da mettere in campo, che si declina su strumenti, come la progettazione e la digitalizzazione.

 

Ripensare gli spazi a fronte della gestione dell’emergenza diventa ora fondamentale, spesso esistono luoghi di esclusione caratterizzati da barriere culturali mentre invece bisognerebbe ripensarli in funzione delle relazioni sociali

 

La crisi ci ha fatto uscire dagli schemi, cambiare le regole e le logiche degli spazi e dei servizi. Il fatto di immaginarsi nuovi servizi all’interno di un territorio e funzioni all’interno degli spazi risponde a una serie di bisogni che esistono in luoghi diversi della città o della periferia. Da un lato esiste sicuramente un limite fisico rispetto ad uno spazio che ha un’identità ben precisa come, ad esempio, può essere un teatro, che è stato realizzato e utilizzato nel tempo in base alla sua originaria funzione. Dall’altro vi è la possibilità di ripensare a come poter declinare quelle stesse attività in luoghi diversi o creare nuove contaminazioni. L’Adriano Community Center, così come ce lo siamo immaginati, in realtà già era caratterizzato da questo tipo di versatilità.

 

Quali progetti avete in corso in questo momento?

Siamo una società agile, totalmente smart, siamo abituati a lavorare con modelli e strumenti, completamente disconnessi dal luogo fisico in cui ci troviamo. Operiamo in questo modo fin dall’inizio della nostra attività, il limite fisico non ci ha mai condizionato. In queste settimane ci stiamo occupando molto – anche con realtà piuttosto strutturate e di grandi dimensioni – di formazione finalizzata a comprendere come arrivare a poter disporre di un framework di lavoro che consenta di adattare la propria organizzazione rapidamente al cambiamento, interagire, confrontarsi, prendere delle decisioni e seguire l’avanzamento dei propri progetti e i team di lavoro in modo preciso, nonostante i cambiamenti forzati intervenuti sulle imprese.

 

Quindi una formazione dedicata a imprese che devono ripensare i modelli?

Esatto, formazione rispetto a queste modalità di lavoro che si basano su strumenti collaborativi on line, ma anche off line. Operare in modo smart, agile ovviamente non significa solo fare ricorso alle videoconferenze, peraltro che aggiungono complessità da gestire se si pensa ad un’azienda formata da un discreto numero di persone. Mantenere la qualità della relazione, l’empatia, l’ingaggio, l’interazione nonostante il ricorso a strumenti digitali, anche su questo stiamo facendo formazione. Ed è questo è un tema molto caro a tutte le forze commerciali che si trovano da questo punto di vista e in un certo qual modo ad essere paralizzate dovendosi prendere cura dei loro clienti con modalità in gran parte nuove. Stiamo anche guardando con occhio critico a ciò che accade, cercando di immaginare gli scenari che potranno prendere forma, per capire come andare ad agire e cosa serve nello specifico alle persone che fanno parte di un’organizzazione.

 

La formazione che erogate alle imprese è frutto di quali precedenti esperienze?

Ho lavorato per dieci anni in una società partner di IBM, occupandomi di innovazione tecnologica e di processo. Successivamente sono passato alla direzione generale di una realtà che opera nel settore di cura delle persone, realtà all’interno della quale ho potuto unire l’innovazione alla cura, intesa in senso ampio come benessere e cura per l’individuo, e maturare una nuova visione personale. Questa visione maturata ormaimolti anni fa, prende ancor più potenza e senso in questo nuovo scenario che si sta configurando in cui non si può pensare di spingersi verso l’innovazione dimenticandosi la centralità dell’individuo. Uno degli aspetti che genera benessere per le persone sono la quantità e la qualità delle relazioni che l’individuo attiva e detiene, spesso mosse dai propri bisogni. E’ questa la chiave di ragionamento di partenza rispetto a tutto ciò che di nuovo si dovrà progettare e tocca ogni ambito. Da dirsi è semplice, ma per realizzare strumenti, progettare servizi e spazi nuovi in linea con questa visione occorre un metodo e strumenti che si basino sulla centralità dell’individuo come premesse progettuali.

 

In quanti siete oggi in Shifton?

Vantiamo un buon numero di collaboratori esperti con cui affrontiamo i progetti più importanti e una serie di collaboratori specializzati in alcuni ambiti, che ingaggiamo qualora ci servano le loro competenze più specifiche. Shifton è una piattaforma, è un modo nuovo di lavorare, è una filosofia nuova di approccio al lavoro e al mercato. Per come è stata concepita è versatile e capace di adattarsi a clienti e progettualità diverse molto rapidamente. Oggi il team è composto da 6 persone molto preparate con una seniority verticale nell’ambito della progettazione, della comunicazione e dell’innovazione dei servizi. In Shifton, non ci sono ‘capi’, non ci sono gerarchie, ci sono leader diffusi in grado di trainare gli altri verso la rotta strategica definita e condivisa. Tutto si basa sul valore della ‘Responsabilità’ dei singoli e di team e si lascia spazio all’individuo per una sua auto-organizzazione del lavoro. Lasciare spazio all’individuo, significa lavorare affinché possa mantenere la sua autenticità anche nelle relazioni professionali. Quando la qualità del tempo e delle relazioni, con Shifton, sarà uguale o migliore al tempo e alle relazioni personali, avrò raggiunto il mio obiettivo di purpose aziendale. Ci stiamo lavorando e siamo a buon punto.

Colgo l’occasione per richiamare un progetto molto interessante e aderente a quanto descritto in cui siamo attualmente impegnati. Insieme ad altre due società (Comftech: specializzata nel tessile con sensoristica e MediaCinics specializzata nello sviluppo software dotato di intelligenza artificiale)  abbiamo vinto il bando Fashiontech  di Regione Lombardia per lo sviluppo di idee e soluzioni innovative e sostenibili. Il nostro progetto, Daily ST, ha l’obiettivo di progettare indumenti intelligenti che possano concorrere a migliorare la qualità della vita di chi li indossa .

 

A che stadio siete di questo percorso, avete già qualche riscontro in termini di feedback? Su quante persone andrete a testarlo?

Il progetto si sviluppa in varie fasi. Abbiamo iniziato a lavorarci a dicembre e ora stiamo affrontando nella fase dedicata alla ricerca finalizzata a scoprire cosa di analogo sia stato fatto cosa nel mondo e quali siano i precisi di bisogni di un individuo in quella condizione. Terminata la fase della raccolta dei dati e degli insight arriveremo alla restituzione della ricerca. Da quel momento, insieme alle altre realtà coinvolte, si inizierà a trasformare i bisogni in opportunità di progettazione andando a ideare soluzioni per progettare un primo prototipo con funzionalità e caratteristiche dell’indumento dal punto di vista del design, dell’usabilità, della tecnologia, della sostenibilità.

 

Il progetto del quartiere Adriano come si sta sviluppando? Avete già avuto la possibilità di replicarlo in altri luoghi o siamo ancora in una fase di promozione e sviluppo?

Il progetto Adriano Community Center di Proges sta avanzando solo dal punto di vista teorico, perché da quello fisico ovviamente è ancora tutto in sospensione, resta l’idea di co-progettare questo luogo, con realtà che possano portare contenuti di valore e che possano supportare nella creazione di un modello connesso al territorio, un modello che possa prendersi cura della comunità e che possa essere percepito come un valore anche per il mondo della cura degli anziani.

L’Adriano Community Center si caratterizza fin dall’inizio per una relazione non usuale tra salute e cultura in un mix non scontato di funzioni e di pubblici. Siamo partiti da due modelli progettuali che fin dall’inizio si dichiarano interrelati e intersecanti, quello della RSA e quello del Community Hub, o Punto di Comunità. Dopo questo periodo forzato di interruzione dei servizi e di didattica a distanza è impossibile non tirare le somme e osservare le aree di miglioramento attinenti. Adriano community center mette a sintesi i due ambiti e nel farlo propone un cambiamento sia nel tradizionale modello di RSA sia nel modello in trasformazione (anche per adattarsi alle nuove condizioni sociali ed economiche) di Community hub o Punto di comunità.                        

Un cambiamento di visione, con una relazione più forte e con un ruolo di leva strategica della cultura anche all’interno del mondo RSA. ACC mette al centro queste due parole chiave, innova i servizi, produce impatto sociale e cambiamento, mette al centro il benessere delle persone.

 

Esiste già una rete di associazioni o di soggetti sul territorio che mantengono vivo questa vostra attività?

Assolutamente sì, era l’obiettivo degli Adriano Community Days. A novembre abbiamo organizzato un primo evento di attività promosse dal basso, appunto gli Adriano Community Days, dove abbiamo chiesto a tutte le associazioni e anche ai cittadini di proporci idee da mettere in mostra. E ciò è accaduto, un successo superiore alle aspettative e, oltre a mettere in mostra tutte queste attività, ci si è posti anche l’obiettivo di mappare tutte le associazioni che avrebbero potuto portare contenuti in termini di lavoro, di valore e di relazioni. La rete quindi c’è e quando riprenderemo il tema del Design dell’Adriano Community Center, le associazioni saranno le prime ad essere coinvolte.

 

Si tratta di un modello che sta in piedi solo con eventuali risorse che potete ricavare dalla pubblica amministrazione oppure c’è un rapporto pubblico privato virtuoso che può generare anche introiti economici per la valorizzazione dei territori?

Una delle principali sfide è rappresentata dalla capacità di trovare la giusta sostenibilità, ed è probabile che si possa ipotizzare un modello basato su revenue. In questo tipo di spazi ibridi, sono presenti servizi che mirano alla sostenibilità del modello e servizi sostenuti dai primi e più focalizzati nell’incubazione, nella sperimentazione e nel generare impatto. La proposta culinaria riveste sempre grande importanza, in quanto rappresenta elemento aggregante da cui partire per offrire altri servizi; si sta anche pensando di mettere a disposizione di realtà terze, in coerenza con il concept generale, che ne necessitino alcuni spazi da utilizzare in modo versatile.

Fino ad ora tutto ciò che è stato realizzato è stato realizzato soprattutto con risorse private. Fondazione Cariplo, ad esempio, nel quartiere Adriano ha un interesse particolare visto progetto strategico di rigenerazione urbana che sta supportando.

Guardate con interesse alla progettazione di nuovi programmi europei 21-27, oppure è eccessivamente complesso?

Già collaboriamo con realtà molto solide ed esperte anche in questo ambito. Shifton può portare sicuramente valore nei processi di innovazione ma è chiaro che ricerca e idee da sole non bastano. In cordata con le realtà con cui già condividiamo progetti ambiziosi andremo a capire se ci sono opportunità da cogliere a livello europeo con i nuovi programmi 21-27.

 

Avete avuto modo di confrontarvi su altri territori, oltre che su quello milanese?

No. Sicuramente vi sono dei luoghi in Italia maggiormente sensibili che anch’io personalmente ho molto a cuore. La piazza milanese e in generale quella lombarda sono sicuramente molto fertili e reattive. Ci hanno consentito di fare molta esperienza e di confrontarci con progettualità complesse a questo punto pronte per essere esportate. Dipenderà anche molto dalla predisposizione di chi per incarico o per missione è portato a prendersi cura di territori da rigenerare. In altri luoghi lontani da qui, seppur meno maturi dal punto di vista dell’approccio metodologico e progettuale, vi è una gran voglia di cambiamento, per cui il bisogno esiste.

 

Uno dei temi che portate avanti con maggior entusiasmo è quello legato alla comunicazione, pare di capire che molto passa anche dal trasmettere maggiormente competenze, informazioni solide e attivare processi su territori che possano rendere più consapevoli i cittadini o i target di riferimento a cui vi rivolgete

In base alle nostre metodologie la progettazione abbraccia la ricerca, l’ideazione e la prototipazione. Nel momento in cui si arriva al prototipo si dà vita a un nuovo progetto e se ciò non è sostenuto da una comunicazione ad impatto, perfettamente coerente con i valori scelti per quel prodotto o servizio, è difficile che abbia la giusta presa. Anche il progetto Adriano Community Days è stato sostenuto fortemente dalla comunicazione, tutta internamente gestita, frutto di un forte impegno di lavoro e confronto tra i progettisti dei servizi e gli esperti di comunicazione.

 

La continuità è l’elemento più complesso nell’informazione e nella messa in rete

Si, anche perché si progetta innovazione, quindi un cambiamento e se questo cambiamento non viene sostenuto nel tempo, con continuità nell’informazione, si verifica una sorta di “effetto elastico” che riporta le persone al pensiero originario.

 

Il fatto che vi siano naturali resistenze ai cambiamenti viene superato facendo capire quanto un intervento possa essere efficace, in natura è vero che ognuno di noi è abituato spesso a procedere sempre nel medesimo modo e quando si è costretti a cambiare i propri processi, i propri atteggiamenti, il proprio modo di pensare diventa complicato

Il cambiamento può arrivare dall’alto o dal basso. Se il cambiamento arriva dall’alto, e quindi è imposto secondo convinzioni altrui, siano esse giuste o sbagliate, sicuramente vi sarà un processo di cambiamento contraddistinto da determinate caratteristiche e difficoltà. Quando il cambiamento arriva dal basso, invece, le persone partecipano alla progettazione dello stesso portando il loro contributo, sentendosi parte di quel progetto e vengono coinvolte facendosi ambasciatori in un processo di contaminazione. Per noi questo secondo modo di procedere è fondamentale e i passaggi all’interno dei nostri progetti sono sempre scanditi da workshop collaborativi, dove noi coinvolgiamo in questi momenti di lavoro comune tutte le intelligenze che possono portare un contributo a quel progetto. Stante le difficoltà di realizzazione che caratterizzano ogni nostra iniziativa è senz’altro questa la strada più semplice e relazionale grazie agli spunti di ognuno, che in un determinato contesto possono portare un grande valore e identificarsi in un progetto che poi, naturalmente accettano e sostengono nel tempo per loro volontà.

 

A Milano abbiamo iniziato a collaborare con alcuni Comuni di Città Metropolitana, in particolare del Sud Est Milano, un’area dove il tema fondamentale era, ed è, quello di ritrovare un’identità territoriale. Il perché di questa carenza di identità va imputato al fatto che gli amministratori abbiano ormai acquisito un’abitudine a lavorare sul quotidiano con l’eventualmente ricerca del consenso immediato, con scarsa visione del futuro oppure mancano sensibilità e cultura per ragionare diversamente?

Sulla base della mia personale esperienza, l’avere incrociato un’entità, pubblica o privata, che avesse già delineato una strategia precisa sul territorio, ha consentito di intraprendere un lavoro ben strutturato riuscendo peraltro a ingaggiare tutte le realtà funzionali al perfezionamento di quella strategia. Il primo compito è dunque quello di capire quali siano i soggetti che in quel territorio hanno più forza e interesse a realizzare un intervento. Una volta identificati occorre strutturare un progetto che abbia una visione comune, precisa e condivisa.

 

 

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