La necessità di concentrarsi sull’innovazione. Intervista a Tiziano Tresanti, Airpim

Dalla crisi la necessità di concentrarsi sull’innovazione a 360°

Fare innovazione significa smaterializzare e rendere digitali i processi ma i veri ostacoli sono dati dalla burocrazia ancora troppo macchinosa e legata a innumerevoli e ridondanti passaggi. Ce ne parla Tiziano Tresanti, Presidente Airpim

di Mauro Bozzola e Martina Ginasi

 

Il momento che abbiamo affrontato e che ancora stiamo affrontando ci costringe a un’inevitabile riflessione, non solo sul presente ma anche sul futuro, in particolar modo sul tema dell’innovazione, intesa come strumento a cui affidarsi per far partire processi utili per l’intero paese. Un momento critico, che forse ha chiuso definitivamente al passato in favore di un futuro con maggiori potenzialità.

L’emergenza ha inevitabilmente accelerato il processo di digitalizzazione. Messi di fronte al fatto compiuto l’alternativa al contatto fisico e diretto è stata colta immediatamente, spinti dalla necessità di trovare una soluzione per poter andare avanti, per poter continuare a lavorare e a comunicare con i nostri famigliari. I veri ostacoli, al contrario di ogni previsione, non sono da attribuirsi ai cittadini, veloci e adattevoli rispetto a un cambio di realtà tanto necessario quanto repentino, bensì dalla burocrazia, ancora troppo macchinosa e legata a innumerevoli e ridondanti passaggi. Solo quando si riuscirà a snellire la macchina burocratica sarà possibile un vero e proprio balzo in avanti, uniforme su tutti i fronti. Riuscire a scambiare informazioni tra persone, aziende e organizzazioni senza che si renda necessaria la presenza fisica significa fare innovazione, smaterializzando e rendendo digitali i processi; ogni cosa è ormai gestibile tramite un processo digitale, attraverso un pannello di controllo che permette una sorta di trasformazione dei dati in informazioni, bisogna solo renderlo possibile e legale. Non mi riferisco quindi solo all’ambito dello smart working, dove si presume che basti una videochiamata per colmare la carenza fisica, ma l’auspicio è quello di arrivare a non avere proprio più bisogno delle videochiamate in quanto l’intero processo è ormai digitalizzato, fluido, organico e anche in ciò rientra la necessità sopra espressa di snellire la burocrazia. Solo in questo caso riusciremo davvero a innovarci, e credo che la diffusione di questa pandemia, avendoci messo di fronte a una necessità impellente abbia dato il via a questo processo innovativo.

 

Il tema dei costi e benefici è fondamentale in ogni ambito, in particolar modo quando si parla di digitalizzazione.

Certo, in qualsiasi ambito e per aziende di qualsiasi dimensione, sono i cosiddetti costi nascosti. Il “costo nascosto” per antonomasia è il tempo impiegato per la gestione di un processo. La prassi vuole che si prenda in analisi solo il risultato, non la durata del procedimento per raggiungerlo. Concentrarsi sui passaggi significa invece ridurre e ottimizzare il tempo necessario per arrivare agli obiettivi prefissati.

A tal proposito vorrei citare un progetto che abbiamo avviato da un paio d’anni per Alperia, una multiutility che opera in Trentino-Alto Adige sul territorio di Bolzano. Il processo innovativo in questo caso si è concretizzato con la messa in comunicazione degli operai addetti alla posa della fibra ottica in modo tale che le informazioni tecniche di installazione arrivassero in tempo reale al sistema di Network Inventory di Alperia.

 

Avere a disposizione dei dati non è fine a sé stesso ma implica necessariamente anche la capacità di analizzarli e tradurli in informazioni utili per una riflessione strategica. Questo comporta però un salto culturale, che pare assolutamente necessario per impiantare strategie sia di Paese che locali. Su questo forse noi italiani siamo ancora un passo indietro.

Soprattutto in questo momento è fondamentale concentrarsi su un processo di innovazione a 360°, bisognerebbe fare un pensiero complessivo. Noi siamo sempre stati orientati in tal senso, sia per quanto riguarda i processi interni che quelli esterni all’azienda, un concetto di ecosistema di relazioni digitalizzato, nel pieno rispetto della privacy. Gli enti fornitori di aziende dovrebbero essere dotati di sistemi che facilitano l’interscambio di dati e di informazioni, questo ridurrebbe notevolmente lo spreco di tempo per lo spostamento di materiale, mentre ad oggi molti piccoli commercianti non hanno nemmeno un sito web, come possono comunicare con la clientela?

Io vedo una grande opportunità per l’Italia che da sempre è caratterizzata dalla presenza di innumerevoli Pmi che andrebbero messe in rete e dotate di nuovi sistemi digitalizzati, questo per il nostro Paese significherebbe avere la possibilità di essere molto più resilienti – in quanto una rete di connessioni è molto più adattabile e versatile – rispetto ad altri grandi Stati che puntano tutto su aziende di grandi dimensioni.

 

Hai visto nell’emergenza una spinta al cambiamento?

Si, normalmente si tende a stare nella cosiddetta comfort zone, mentre quando ci si trova all’interno di un’emergenza si stimola l’ingegno. E adesso è il momento giusto per ricercare soluzioni innovative. Ora bisogna riuscire a sfruttare le risorse tecnologiche, le competenze italiane, creare quindi un mercato del know how dell’information technology, per risparmiare, per innovare, per far emergere al meglio il valore aggiunto di ogni singola azienda.

 

Esiste una filiera “industriale” italiana di professional technologies?

Si e anche il Governo lo scorso anno ha cercato di fare un passo in tal senso, una legge dove le aziende per poter vendere alla Pubblica Amministrazione necessitavano di una certificazione con determinati requisiti. I servizi però sono accessibili solo alle grandi aziende e i big trader sono stati gli unici a potersi registrare. Anche nel corso dell’emergenza sanitaria sono state fatte scelte strategiche (le mascherine, ad esempio, andavano a mio avviso indirizzate verso un mercato interno) ma l’obiettivo non dovrà più essere quello di importare e rivendere un prodotto o un servizio, ma di sviluppare il know how grazie all’information technology, strategica per il sistema Paese. Le leggi che ci sono, che incentivano alla fine solo i big, dovrebbero essere estese anche alle migliaia di aziende e micro aziende di information technology. Io in questo vedo la possibilità per il nostro Paese di risollevarsi.

 

Hai fatto numerosi riferimenti anche all’ambito della comunicazione, all’importanza di far comprendere quanto lo sviluppo del digitale sia un elemento fondamentale. Nel piano industria 4.0 effettivamente una delle problematiche riscontrate è stata la lentezza nel formare i competence center che insieme alle Camere di Commercio e le Università fornissero formazione alle imprese attraverso dei vaucher. La questione è ancora in sospeso.

Credo che la ricerca debba svolgere il proprio compito indipendente e in seguito crearsi un collegamento. Cercare di mettere a rete strutture diverse tra loro è sempre molto complicato, soprattutto quando si parla di digitalizzazione, che in altre parole vuol dire creare una sorta di impalcatura di sistema.

 

Su Airpim, come avviene il processo formativo e di ricerca? Vi sono degli scambi internazionali o nazionali?

Innanzitutto la formazione è continua. È una costante ricerca, uno studio delle novità. E soprattutto, in seguito, recarsi nelle aziende, capire come lavorano, analizzare il processo e da lì partire per trovare delle soluzioni. Quasi tutte le aziende hanno una struttura analoga formata da un’amministrazione, un responsabile della produzione e un commerciale, soggetti che hanno approcci completamente diversi e proprio in tal senso il nostro Paese ha una marcia in più in quanto con la creatività che rientra a pieno tra le nostre peculiarità e questo permette di elaborare soluzioni nuove. È su questo che bisogna puntare, un’innovazione che semplifichi la vita, attraverso strumenti digitali, possibilmente sviluppati e organizzati da aziende italiane. Noi personalmente abbiamo sviluppato tre brevetti e uno di questi sarebbe molto utile in questa situazione, per riuscire a gestire ad esempio l’organizzazione e la condivisione di dati e di informazioni, nel pieno rispetto della privacy.

 

Il momento ci spinge ad un’accelerazione su più fronti, ma la capacità e la biodiversità italiana trovano nell’innovazione una sponda in termini di personalizzazione, contro l’omologazione; un’innovazione che dovrebbe rispondere ai singoli.

Il fil rouge è che la tecnologia può aiutare, essere base di personalizzazione reale sulle diversità che ci sono in Italia, a un budget accessibile, tematica che non va sottovalutata. Noi, in estrema sintesi, cerchiamo di intuire, capire velocemente le esigenze e fornire uno strumento adeguato agli obiettivi tenendo conto delle risorse e del budget, non solo ma è necessario che l’innovazione venga mantenuta nel tempo.

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