COVID-19 e inquinamento. Quanto possiamo essere ottimisti?

COVID-19 e inquinamento. Quanto possiamo essere ottimisti?

 

di Luca Falconieri

 

L’inquinamento ambientale è un fattore di rischio in crescita per la salute umana e non solo. Il 24% delle morti, a livello mondiale, è legato ad eventi climatici che potrebbero essere arginati attraverso una condotta più ecologica. Causa primaria dei decessi è da ricondursi all’inquinamento atmosferico: diffusione delle polveri sottili, gas prodotti dall’industria globale e, in particolare nei paesi in via di sviluppo, utilizzo in ambito domestico di combustibili altamente dannosi per l’atmosfera. 

Il Covid-19 sembra aver imposto una battuta di arresto a questo fenomeno: i governi, imponendo misure restrittive o lockdown nazionali, hanno svolto involontariamente un’azione coordinata di riduzione delle emissioni inquinanti del traffico, dei mezzi pubblici e delle industrie. Un impatto positivo senza precedenti, come sottolineato da autorevoli ricerche scientifiche, che in più casi hanno rilevato un significativo miglioramento della qualità dell’aria a seguito di un periodo di chiusura prolungata.

Ma quanto possiamo essere ottimisti?

Uno studio condotto da ricercatori dell’Università di Birmingham mostra come l’impatto dei lockdown sull’inquinamento dell’aria sia stato inizialmente sovrastimato: molti fattori quali condizioni meteorologiche e cambio di stagione avrebbero influito in egual misura sui gas atmosferici inquinanti.

I livelli di polveri sottili, in diminuzione nella maggior parte delle zone prese in esame, sono addirittura aumentati in città come Londra, Pechino e Parigi. Una prima ipotesi è che i fenomeni meteorologici abbiano condizionato lo spostamento di queste polveri dalle aree industriali alle città, ma è anche possibile che queste particelle si siano sviluppate in seguito ai cambiamenti causati dal lockdown nella composizione gassosa dell’atmosfera. Inoltre, la diminuzione dei livelli di biossido di azoto (NO2, prodotto dallo scarico dei veicoli a motore, dalle centrali elettriche e dai camini) avrebbe portato all’aumento dell’ozono troposferico (O3), un altro agente inquinante pericoloso per la salute. 

A questi dati si aggiunge uno studio pubblicato sulla rivista Nature volto a dimostrare come i cambiamenti positivi causati dai lockdown nel breve periodo stiano già svanendo in molte zone dell’Asia, e, con la ripresa dell’attività industriale, la presenza di gas inquinanti nell’atmosfera si sta globalmente riassestando ai livelli pre-lockdown.

Dati significativi che porterebbero alla conclusione che le misure restrittive non hanno avuto che un effetto temporaneo sul clima: molti agenti inquinanti rimangono a lungo nell’atmosfera (in particolare la CO2 e i suoi composti, la cui presenza può durare millenni), e solo con una decisa svolta in favore di un’economia attivamente green si può sperare di fermare il costante aumento delle temperature e dell’inquinamento dell’aria. Per quanto la riduzione degli scarichi tossici sia utile ed auspicabile nel breve termine, questi studi dimostrano la necessità di un’azione diretta da parte dei governi per la diminuzione dei livelli di CO2 nell’atmosfera attraverso sforzi più concreti e persistenti indirizzati ad un’economia circolare, che combatta lo spreco muovendosi verso le fonti di energia rinnovabile e l’abbandono dei combustibili dannosi. 

Questo tipo di intervento è non solo necessario, ma anche urgente. Stando ai dati, l’aumento della temperatura media della terra è stato di 1,06 C negli ultimi 100 anni e potrebbe superare i 2C entro il 2050, con conseguenze catastrofiche sul clima, sugli ecosistemi e sulla nostra salute. L’intenzione di evitare questo scenario è ciò che ha portato l’UE a ratificare nel 2016 il Trattato di Parigi per la riduzione delle emissioni di gas serra, fra i cui obiettivi figura la limitazione dell’aumento della temperatura a 1,5 C entro il 2050. Un traguardo raggiungibile solo attraverso “emissioni negative”, un riassorbimento cioè dei gas serra già presenti nell’atmosfera. Un’azione svolta naturalmente tramite la fotosintesi da foreste e plancton, i quali potrebbero rivelarsi preziosi alleati ora, a patto che gli Stati convergano per l’abbandono radicale dei combustibili fossili preservando e favorendo al contempo l’azione di questi elementi.

 

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