Case popolari. Patrimonio da riqualificare. Fabio Danesi, Aler Bergamo, Lecco, Sondrio

Case popolari. Un patrimonio strategico da riqualificare con visione e co-progettazione

Intervista a Fabio Danesi, Presidente Aler Bergamo – Lecco – Sondrio

di Emanuele Martinelli

 

Presidente Danesi, all’interno di Confservizi Cispel Lombardia coordina l’area dedicata alla gestione delle case popolari. Un ambito certamente complesso che deve far conto di molteplici aspetti e più competenze. Approccio alle tematiche sociali, creazione di senso di comunità appartenenza, con l’innovazione tecnologica fattore abilitante ma non centrale.

Sono molte le riflessioni si potrebbero fare sui punti toccati in questa prima domanda. Mi viene in mente il Pantheon a Roma, rilevando che non può pioverci dentro nonostante l’apertura centrale di notevoli dimensioni; da architetto mi chiedo: siamo ancora capaci di tanta meraviglia? Come abbiamo progettato certe opere pubbliche? Sentiamo ancora il fervore per la ricerca e la sperimentazione che senz’altro possedevano i costruttori di allora? Oggi guido un’azienda di oltre 100 dipendenti, appena arrivato sembrava impossibile intaccare alcuni processi consolidati, ma d’incanto, davanti a una necessità estrema, tutti hanno modificato i propri comportamenti e in 80 lavorano da remoto. Alzando il livello di comprensione del problema e cercando di trovare delle risposte. È necessario cresca sempre più cultura interdisciplinare, ma è fondamentale essere proattivi, non fermarsi davanti a difficoltà che sembrano a volte insormontabili.

Innovazione dei processi non vuol dire solo virtualizzazione. E soprattutto quando si opera nel pubblico i rapporti, diretti, fisici, sono sempre più importanti.

Il rapporto con i cittadini rimane la chiave di comprensione dei problemi. Ho fatto il sindaco per 9 anni quando avevo 25 anni a Fonteno, in provincia di Bergamo. Ho imparato sul campo cosa volesse dire gestire la cosa pubblica nel locale e quindi rispondere in modo concreto ai bisogni delle persone, cercando soprattutto di comprendere e di trasmettere i valori del ruolo che mi era stato affidato. Mi sono poi mosso in qualità di imprenditore in ambito costruzioni e immobiliare, operando anche a livello internazionale, guidando un gruppo di circa 40 persone.  In entrambi i casi, quello che chiedo, ieri nel privato oggi nel pubblico, è di metterci le proprie competenze e la propria responsabilitò, con un approccio proattivo come dicevo sopra, spesso buttando il cuore oltre l’ostacolo; un atteggiamento che ho trovato in Confservizi Lombardia e che cerco a ogni livello d’interlocuzione.

 

Nel novembre del 2018 è stato nominato presidente Aler di una delle 5 Aler lombarde quella che comprende tre città di grande importanza come Bergamo, Lecco e Sondrio. Quali sono le difficoltà incontrate e al tempo stesso i valori che ha rilevato?

Le 5 Aler sono frutto di una fusione avvenuta con la spending review nel 2014 con l’obiettivo di ottimizzare la “macchina”; prima ogni provincia aveva un’Aler, oggi sono state così raggruppate: Milano, Pavia-Lodi, Brescia-Cremona-Mantova, Varese-Como-Monza Brianza-Busto Arsizio. L’obiettivo era quello di ottimizzare i costi, solo in parte raggiunto perché solo in parte si è fatta un’adeguata pianificazione. Il vero problema della casa in Italia è che passiamo molto tempo a scrivere il manuale di quello che c’è da fare e pochissimo tempo far progetti e quindi “a fare”. Se si vuole invece ottenere risultati concreti servono strumenti, mezzi, risorse, a partire da persone di valore che credano in quello che stanno facendo. La politica da questo punto di vista mostra meno pragmatismo, anche se persone di valore ne esistono eccome. Spesso vanno solo messe in rete e motivate.

 

Visione e co-progettazione. Sono i nostri limiti a livello nazionale; forse a livello locale l’approccio è diverso.

L’esperienza di oltre un anno dall’inizio della mia presidenza, per una realtà di 100 persone e 35 milioni circa di fatturato, parla di una situazione iniziale di difficile dialogo tra le persone, che via via hanno maturato un altro (e alto) senso di collaborazione. Si tratta di dinamiche complesse che necessitano in primis di ascolto, poi di comprensione dei problemi e di capacità decisionale. Anche per quanto concerne il tema dei migranti o del centro islamico che abbiamo dovuto gestire, la soluzione l’ho trovato nel dialogo e non nella forza, come qualcuno suggeriva. Parlo di Zingonia dove si contano 60 etnie, che ho conosciuto bene, con cui ho aperto un dialogo e che ho convinto a spostarsi serenamente quando è sorta questa necessità.

Dietro la capacità di dialogo immagino ci fosse un pensiero che guardava al bene dell’intera comunità. Certo è che si muove in un ambito davvero complesso.

Far funzionare una struttura pubblica poco considerata come le case popolari è una sfida che ben volentieri ho raccolto. A livello nazionale parliamo di circa 850.000 case, 836.000 alloggi gestiti, con una media di tre persone per abitazione; si tratta di un patrimonio notevole, che andrebbe considerato come un valore e non come un costo. Potremmo lavorare per esempio su accordi per far pagare meno l’energia secondo le logiche di un gruppo d’acquisto; il Pubblico potrebbe diventare un metro di paragone in termini di efficienza e innovazione, ma servono ripeto competenze e regole meno contraddittorie. Si potrebbe aprire un fertile confronto con altre realtà nazionali, come ho fatto con i colleghi di Prato per esempio, per scambiarsi le migliori pratiche da tradurre in modelli virtuosi.

 

Si parla a più livello di rapporto pubblico/privato che dovrà guidare alcuni processi; ma anche in questo caso servirebbe una strategia, e la capacità del Pubblico di mantenere la governance.

Dobbiamo pensare alla valorizzazione di case e territori in modo realmente disruptive, dando forza a reti di comuni anche di colore diverso. Per attrarre investimenti gli stakeholder ci sono ma servono idee e progetti chiari. La riduzione a 5 Aler per esempio è stata guidata da un’idea di ottimizzazione dei costi ma non ha tenuto conto della vocazione dei territori, unendoli sulla carta geografica ma senza tener conto dei contesti sociali, culturali, produttivi. In particolare la mia Aler, che è quella più estesa in Lombardia, esprime realtà con connotazioni così diverse che è davvero difficile rispondere in modo adeguato alle esigenze si tutti; oltre al fatto che servirebbe una presenza anche fisica maggiore da parte del nostro management, impossibilitato a stare in modo adeguato su un territorio di così ampie dimensioni. Aree turistiche, industriali, logistiche vanno affrontate con idee e modelli innovativi ma presentano peculiarità proprie, che non possiamo omologare in un pensiero unico.

 

La provincia di Bergamo è stata molto colpita dalla pandemia. In questo momento ha bisogno di attenzioni e cure particolari.

Mantenendo un certo rigore, soprattutto c’è bisogno di snellire alcuni processi per rispondere in modo adeguato a quanto sta ancora accadendo. L’esempio dell’ospedale da campo costruito da alpini e volontari è eclatante; racconta di uno straordinario saper fare – che non ha visto la presenza della politica centrale – che va valorizzato anche nel post emergenza. Abbiamo interrotto i pagamenti degli affitti naturalmente, ma non è sufficiente, c’è il rischio di una crescente tensione sociale che va gestita con l’adozione di misure concrete rimettendo al centro valori che in generale si sono persi. La Politica dovrebbe riprendere il ruolo che le compete, di gestione illuminata della cosa pubblica che non crei solchi, oggi profondi, tra teorie lontane dalla realtà e i bisogni reali dei cittadini. La formazione politica serve, l’esperienza sul campo altrettanto, c’è troppa improvvisazione nell’affidamento di incarichi a persone che alcune situazioni non le hanno mai viste o vissute. Affidare alcuni ruoli politici anche in riferimento al background, alla formazione e alle competenze di una persona, non è uno scandalo, anche se si tratta di ruoli politici e non tecnici. Si deve sentire forte l’interesse del pubblico che si traduce in volontà e capacità delle persone preposte a intervenire in modo efficace su un territorio, su una problematica specifica, con visione ma anche pragmatismo. Soprattutto in casi di emergenza come quello in atto. E pensando che molteplici criticità che anche in futuro si presenteranno avranno bisogno di risposte sempre più veloci e appropriate.

 

Aler significa grande patrimonio da cui partire, ma anche possibilità di dare dignità alla vita di migliaia di persone. Non solo in termini di efficientamento degli immobili ma creando aree da valorizzare. Ma serve un’idea di futuro. Vale anche per il tema dello spopolamento di posti meravigliosi come le montagne del bergamasco per esempio.

Il panorama delle case popolari in Italia parla di un contesto abbandonato a sé stesso. La “grande” politica non se ne occupa. Dopo la legge Fanfani di investimenti importanti sulle case non se ne sono più fatti. Molti complessi residenziali popolari costerebbe meno demolirli e rifarli piuttosto che riqualificarli; costruiti negli anni Settanta senza qualità, senza infrastrutture intorno, senza un’idea di socialità. Che possano rispondere per esempio a target fragili come gli anziani, che rappresentano non pacchi da spostare in attesa di un fine vita, ma persone da valorizzare dando loro spazi adeguati in cui vivere, in stretta relazione con il proprio contesto di riferimento. In altro modo le risorse che utilizzeremo saranno letteralmente buttate. Si tratta di un tema che va anche sul rilancio complessivo del paese, e tocca il tema dell’utilizzo corretto delle risorse. Si tratta di temi che devono diventare patrimonio anche di dirigenti e tecnici regionali, che devono avere gli strumenti culturali per capire come intervenire in modo efficace sulla riqualificazione e saper valutare dove sia meglio demolire che ricostruire. Se ricostruisci con valore tutte le aree circostanti diventeranno di valore, nasceranno attività produttive, spariranno freddi dormitori a favore di una diversa visione anche di socialità. Le case popolari sono oggi quasi tutte in condizioni disastrate, perché manca un’idea da tradurre in un piano. All’interno di Federcasa stiamo producendo idee e proponendo azioni secondo una visione strategica del tema; personalmente dialogo con amministrazioni di ogni colore politico, apro confronti tra più regioni per dare finalmente gambe al rilancio di un capitale che prima che immobiliare è umano. Sto mettendo in rete università, fondazioni, organi regionali per un progetto condiviso che faccia rete tra persone di qualità, con competenze e capacità. Sarebbe importante che i grandi architetti si occupassero in modo reale dell’argomento, mettendo a disposizione anche la loro capacità di attrarre investimenti.

 

Di “archistar” ne abbiamo anche noi, ma Renzo Piano a parte, che ha lavorato sul concetto di ricucitura delle periferie, non mi pare vi sia un gran movimento di idee in merito, perlomeno in Italia.

Preferiscono andare a lavorare in paesi emergenti da costruire e naturalmente dove ci sono budget importanti; può esser comprensibile, ma il Paese perde molto. Strumenti e competenze però non mancano. Per esempio i modelli di partnerariato pubblico privato come per esempio il project financing portano certamente risorse su alcuni ambiti ma, ripeto, prima va rimessa al centro una nuova idea di quartieri, di struttura sociale. Altro tema che non facilita certamente l’operatività è la difficoltà di lanciare bandi adeguati, la burocrazia che frena, un codice degli appalti già obsoleto anche se si chiama “nuovo codice degli appalti”. Associazioni dinamiche come Confservizi Lombardia possono fare molto, facendo sedere ai tavoli organismi che generalmente non si parlano e vedono i problemi in modo sempre segmentato e verticale. Un soggetto come Cassa Depositi e Prestiti va coinvolto con forza, per questo fare rete è fondamentale. Facevo così quando ero sindaco, mi presentavo a Roma con progetti solidi e portavo al mio territorio finanziamenti importanti.

 

Cosa vi aspettate di dover affrontare nei prossimi mesi a fronte della grave crisi in corso?

Certamente un aumento della morosità, anche se le mie tre province hanno in tal senso percentuali tra le più basse in Lombardia. Non abbiamo occupazioni abusive perché c’è un controllo sociale e solidale tra le persone che abitano le case che non favorisce certo questo fenomeno. Dobbiamo riportare valore anche civile alle persone che le abitano; una volta quando una famiglia lasciava una casa popolare te la riconsegnava in condizioni migliori di come l’aveva ricevuta; oggi purtroppo dobbiamo intervenire spendendo dai 10 ai 30.000 euro per rimetterle in condizioni di agibilità. E in genere chi la lascia nel degrado è lo stesso che non ha pagato l’affitto. Ospitiamo un grande numero di etnie, a cui cerchiamo di dare condizioni di vita ottimali ricordando sempre che svolgono quei lavori che gli italiani non vogliono più fare. Sul tema delle case popolari oggi più che mai serve che lo Stato dia il segnale di esserci, soprattutto in un momento di così grande difficoltà. Altrimenti i conflitti diverranno insanabili. Far sentire che il padrone di casa c’è, che il tuo interlocutore è forte, vuol dire creare un rapporto di reciproca responsabilità; a maggior ragione, ripeto, quando si vive in un contesto critico come quello attuale. Senza un tavolo nazionale, grandi progetti di rilancio non se ne possono fare. Da questo tema io credo passa anche il rilancio del Paese.

 

 

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